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Definire Bollani come un pianista e compositore jazz è davvero riduttivo e ingiusto nei confronti della pienezza artistica che racchiude. Dai palchi alla radio, dalla tv alla scrittura Stefano è un vortice di creatività ed energia. La profonda semplicità e la solida preparazione lo contraddistinguono e lo rendono uno dei rari artisti con la A maiuscola. 
Prima della sua esibizione, nel suggestivo Cortile dei Gesuiti di Noto, sono riuscita a scambiare due chiacchere con Stefano Bollani.

Ciao Stefano, hai già fatto il soundcheck? Che tipo di preparazione richiede un tuo concerto?
No, di solito non lo faccio quando suono da solo ho il mio fonico che lo fa per me, io di solito sono proprio da un’altra parte. Non vengo a vedere il palco o il pianoforte. Non vedo niente di quello che mi aspetta, non so dove suono. È quasi come arrivare bendato.
Nessun tipo di preparazione in particolare, più freschezza possibile e la possibilità di non pensarci. In camerino se posso arrivo all’ultimo momento ma se devo starci qualche minuto ho bisogno di qualcuno con cui parlare. Non mi va di perder tempo a pensare al concerto.

Quindi ti ho rovinato la sorpresa?
Oggi sì: purtroppo l’ho visto, di solito non lo vedo mai di giorno il posto dove suono.
Sento l’energia del posto ma non lo sto a guardare.

Ho visto che hai molte date in giro per l’Italia e non solo, ti fermerai in studio dopo i live?
Io faccio sempre tutto contemporaneamente, suono sempre. Ci sono i cantanti hip hop, ad esempio, che fanno 6 mesi in studio, 2 mesi di concerti e 3 mesi di televisione. Io suono tutto l’anno e se c’è un concerto interessante da fare, lo faccio.

Stai preparando qualcosa di nuovo nel frattempo?
Sì, sto preparando diversi lavori. Da poco è uscito il nuovo disco che si chiama “Joy in spite of everything” (lett. Gioia nonostante tutto) per ECM Records. Sono tutte composizioni nuove con un quintetto, registrato con musicisti in parte americani e in parte danesi.

Per questo hai dato un nome straniero all’album?
Sì, la produzione è totalmente straniera. L’ECM Records è tedesca e i musicisti, appunto, sono americani e danesi.

Oltre alla musica hai fatto un programma radiofonico, uno televisivo e hai scritto dei libri. Qual è il progetto al quale sei più legato?
Vedo più questi progetti come esperienze che si sono create grazie alle energie del gruppo di lavoro, ovvero una conseguenza di vari rapporti di lavoro. Non c’è effettivamente un progetto al quale mi senta più legato, mi lascio prendere più dal momento anche se il lavoro va ovviamente programmato.

Chi è la persona alla quale devi di più dal punto di vista della formazione musicale?
È difficile scegliere tra i tanti… Ho imparato da un sacco di gente e ho avuto tanti insegnanti di pianoforte. Ne ho avuto uno per più tempo quindi mi viene da citare lui. Quanto meno mi ha sopportato per diversi anni, perché io comunque da allievo non è che fossi proprio la pecora bianca, senza però essere nemmeno la pecora nera. L’atteggiamento era “ci sono e non ci sono”: non sono un rivoluzionario ma neanche un bravo bambino. Non ero facile da gestire e il maestro ha fatto sicuramente più fatica, però è stato bravo e mi ha sopportato. Ad esempio nel programma d’esami c’era Beethoven, che io personalmente non capivo: è inutile pensare di suonare bene qualcosa se non ti piace, devi fartelo piacere, che è un’altra cosa, ed è molto difficile da insegnare.

Cosa ascolti di solito?
A me piace un sacco di musica. In questo periodo ascolto molta musica brasiliana, ma non solo mi sto spostando anche verso l’argentina. Diciamo che questo è il mio periodo sud americano.

L’esperienza con Hamilton De Holanda, il musicista brasiliano con cui hai fatto il penultimo disco, ti ha influenzato?
Sì, ma non solo lui. Sono andato in Brasile la prima volta pochi anni fa, nel 2006 quindi è una passione recente.

Vista la tua florida esperienza in giro per il mondo, come vedi il panorama musicale italiano rispetto all’estero?
Penso che l’Italia sia come molte altre parti del mondo. Di solito ci si aspetta una lamentazione però non è né meglio né peggio degli altri paesi anche perché, ahimè, esiste la globalizzazione per cui l’Italia, la Germania, l’Inghilterra, la Francia sia culturalmente sia lavorativamente, in senso stretto, sono molto simili. Tutto il mondo è paese! 
Per fortuna nel campo della musica strumentale, per esempio il jazz, girano talmente tanti pochi soldi, poiché è un genere di nicchia, per cui è difficile che ci siano troppi favoritismi. C’è da sperare che non aumenti il fatturato, perché se il jazz si diffondesse troppo, come negli anni ‘30 quando era molto diffuso ed era gestito dai gangster, entrerebbe a contatto con realtà difficili da gestire. Quando è successo sono arrivati i mafiosi a gestirlo, adesso che non si guadagna molto i mafiosi sono spariti, quindi non insistiamo.

Con quale artista ti piacerebbe collaborare?
Louis Armstrong, ma è morto.

Personalmente come vivi la libertà espressiva?
Io ottimamente, faccio il possibile per vederla tutte le mattine quando mi sveglio. È un peccato vivere una vita senza musica.

Cosa ne pensi della liberalizzazione delle droghe leggere e della continua criminalizzazione della canapa?
Sono favorevole alla liberalizzazione delle droghe leggere. Il problema principale è di cultura perché si continua a demonizzarla appositamente per fare in modo che la gente non fumi e quindi non si apra la testa. Non lo si fa per ignoranza! Noi pensiamo sempre di dover spiegare ai politici che anche l’abuso di alcool fa male, ma loro lo sanno benissimo.

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