Cronache da dietro il cancello

Space for peace

pace

PACE ha la stessa radice semantica di pane e di padre; è una delle parole più vecchie del mondo ed allo stesso tempo più lontana dal modo di vivere della nostra specie scellerata. L’uomo può solo proiettare all’esterno quello che ha nel cuore e nel cuore non è in PACE, la PACE gli fa paura, una paura che lo accompagna per tutta la vita ed alla quale si limita di volta in volta, a cambiare il nome, ma che è e resta la medesima anche in questa era telematica. Paura del buio, paura della miseria, paura della guerra, paura degli altri, paura di quello che si può dire e sentire. La paura legittima e giustifica qualunque crimini e diverse forme di repressione, per questo quando la nostra specie giudica, giudica sempre il peccatore e non cerca mai le ragioni del “peccato”; significherebbe dover rimetter in discussione certezze incancrenite da sempre, e non è certamente comodo; molto di più lo è restare attaccati a ciò che conosciamo e cercare stupidamente di impedire a quelli che ci fanno paura di comunicare tra loro.

Sono pochi i temerari ed i coraggiosi che nella storia hanno preferito una colorata carrozza di possibilità, ad un pugno di grigie certezze, il salto nel buio ha attirato solo una schiera di disgraziati finiti male, e pochi eletti attraverso i quali è passato il progresso. Forse l’unica PACE che la nostra specie otterrà è, per ironia di un destino bizzarro, proprio quella che sta all’origine della paura alla quale cambiamo mille volte il nome, ma da cui nessuno si può esimere: la PACE eterna, forse ci sarà dato un punto d’osservazione dal quale la nostra stupidità ci farà sorridere… Nella sua sconfinata tragicità. Chissà su che browser la osserveremo! Forse siamo solo il cancro di quest’organismo planetario che ci ospita e che non abbiamo mai saputo rispettare.

Penso al rapporto che le genti meno “civilizzate” del pianeta, quelli che ancora non conoscono il word wild web, hanno con il mondo in cui vivono. Nessun indigeno strapperebbe un solo filo d’erba che non sia necessario alla propria sopravvivenza (o al proprio sollazzo!). Eppure, nessuno di loro conosce il concetto di “coscienza ecologica”. Mi chiedo quale sia la molla che ha spinto una parte del genere umano ha costruire le navi prima e le astronavi poi, con il chiaro intento di abbandonare il mondo in cui vive, o forse per ritrovare il posto da cui proviene. Non mi spiegherei, altrimenti, il rapporto suicida che nessun’altra specie ha con il mondo a cui, dovrebbe appartenere. Forse ha ragione un mio nobile e romantico Amico, che asserisce essere l’ingiustizia il problema fondamentale, poiché non potrà mai esserci PACE senza giustizia, e giustizia non ha la medesima radice della parola legge, in qualunque lingua venga scritta e su qualunque browser la vediamo. Alla prossima Gnàri.



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