Che Ken Loach fosse un regista attento alle problematiche sociali lo dice la sua filmografia, un impegno che nasce dalla sua biografia – è figlio di operai – e che lo ha reso molto amato (Leone d’oro alla carriera sia a Venezia che Berlino).

La sua ultima fatica si intitola Sorry we missed you e fotografa la realtà dei precari, di chi vive alla giornata sperando in un futuro migliore. Nei 100 minuti di girato i vari personaggi ci proiettano in un mondo dove lo sfruttamento, messo in atto sia dall’uomo sia dalle dinamiche economiche dominanti, è la regola. Alla dignità umana non resta che resistere alla crudeltà sociale, alla logica dell’efficienza e del profitto. A colpire è il lento, ma progressivo, esaurimento fisico e mentale dei lavoratori e le conseguenze che si ripercuotono sulle loro famiglie.

La realtà dei precari è, ormai, un abisso in espansione che porta sempre più persone a indebitarsi per poter lavorare. La schiavitù, sembra dire Loach, è tornata o forse non è mai andata via. Ha camminato rasente al muro, nascosta sotto forma di opportunità e oggi, grazie anche a una società meschina, è libera di essere se stessa. «Questa situazione è intollerabile e bisogna contrastarla per trovare un’alternativa che apra le porte alla speranza», parola di Loach.





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