Ovviamente le normative sono essenziali in tutti i settori dell’emergente industria della cannabis giacché senza di esse è troppo difficile identificare chiaramente i prodotti e valutarli. Per la maggior parte delle start-up e delle specifiche industrie collegate che traggono profitto dalla pianta di cannabis, ogni processo e ogni elemento addizionale utilizzato – sia per alimenti che per materiale combustibile destinati all’uso e al consumo dell’uomo – necessitano un minimo di limiti per i componenti consentiti, e quindi abbiamo bisogno di aderire ai protocolli stabiliti dai dipartimenti governativi che normano i prodotti sul mercato.

Non abbiamo bisogno di governi che vietino certi composti presenti naturalmente in una pianta, piuttosto abbiamo bisogno di norme e di concentrazioni (parti per milione) tollerate, o di qualche altra scala di sicurezza per prodotti che andranno sul mercato. E se questi sono destinati al consumo umano dobbiamo sapere se sono presenti pesticidi, insetticidi o metalli pesanti. È necessario che i dipartimenti governativi responsabili della salute degli utenti finali e i dipartimenti dell’industria che controllano le GMP (Norme di buona fabbricazione) della lavorazione, della coltivazione della pianta e di tutti i prodotti derivati, stabiliscano disposizioni più urgenti e rigorose. Dobbiamo essere certi che i prodotti base siano sicuri e utilizzabili senza alcun rischio o quasi per le persone che li utilizzano.

Le aziende che oggi entrano in questo settore devono essere pronte a sostenere costi iniziali elevati per soddisfare le future normative in materia di lavorazione e di analisi del proprio prodotto finale. Successivamente si dovrà essere previdenti e avere consulenti legali e contabili interni all’azienda che saranno responsabili per gli aspetti fiscali e per una linea di produzione sostenibile. I tempi in cui una pianta veniva coltivata, raccolta a mano e lavorata in magazzini personali e ambienti non regolamentati sono finiti e questa modalità sarà praticabile solo per piccoli coltivatori o imprese artigiane di alimenti, simili a quelle che producono salumi o formaggi per i mercatini locali. In ogni caso le compagnie più grosse, quelle interessate a entrare in borsa o in mercati simili, cercheranno dei protocolli più completi per i materiali di produzione di base.

Ci sarà bisogno di controlli con analisi di laboratorio da parte di strutture affidabili che aderiscano alle normative imposte dal governo e alla sua attività di ispezione. Questi laboratori dovranno definire le proprie procedure e metodologie di analisi e coloro che utilizzano macchine e strumenti dovranno essere abilitati. Presto gli agricoltori saranno solo coltivatori di materia prima destinata a essere analizzata da terzi, che la certificheranno in base alle scale in cui deve essere inserita per poter poi essere lavorata in conformità. Ovviamente, se questa è destinata al consumo umano, non ci dovranno essere tracce di impurità, mentre ci sarà un po’ di tolleranza se il materiale verrà usato ad esempio per la fibra o per fare carta.

La mia convinzione per il futuro della canapa industriale – cannabis light in Italia – è che una volta finito l’entusiasmo per la grande disponibilità di fiori, si capirà che il vero utilizzo e il maggiore valore di questa coltura risiede nelle estrazioni. La verità è che la cannabis light usata per fumare ha un effetto minore che un olio di estrazione con oltre il 20% di CBD, soglia alla quale pare inizi a essere efficace. Se utilizzi una tintura al 6%, quattro gocce inizieranno a fare effetto per davvero… ma questo non è un dato scientifico, si tratta solo di osservazione su casi singoli nel corso degli ultimi anni.

Vari prodotti, con diversi livelli di concentrazione per applicazioni diverse, stanno iniziando a irrompere sul mercato. Molti non sono né abbastanza professionali né sufficientemente uniformi o ben formulati per rimanere sul mercato. Comunque, finché non saranno imposte normative severe che rendano i produttori responsabili per i loro prodotti finali, questo rimarrà un business da “cowboy”. Coloro che strillano più forte, che hanno la confezione più attraente o che dispongono di dipartimenti di marketing e fanno campagne pubblicitarie, potranno avere una posizione dominante, ma solo fino a quando un numero sufficiente di persone non userà tanti prodotti diversi da essere in grado di fare paragoni e capire qual è il buono, quale il brutto e quale il cattivo! Ma ciò richiede del tempo.

Come fa la maggior parte delle aziende di lungo corso, è importante aver dedicato un bel po’ di pianificazione e di tempo alla produzione base della materia prima e alla previsione delle quantità di materia prima necessaria per ogni tipo di utilizzazione. Solo nella produzione, nell’immagazzinamento e nell’essiccazione ci sono talmente tanti costi collegati che entrare in questo campo senza un piano ragionato può far riuscire o fallire la tua impresa prima ancora che il prodotto sia sul mercato! Per cui passare un po’ di tempo a definire gli obiettivi a breve termine dell’azienda è imperativo. È meglio e meno costoso fare piccole coltivazioni e vendere tutto piuttosto che averne una più grande e vendere solo il 30%, visto che parliamo di un bene deperibile, cosa che molti dimenticano.

L’elemento chiave che sta alimentando il mercato statunitense – ora che il mercato delle infiorescenze è saturo – è la trasformazione del materiale di base in estrazioni di diverso tipo. Una volta convertito in estratto, il processo di degradazione rallenta fino ad essere trascurabile, e tale prodotto così concentrato può essere utilizzato come base per molti prodotti derivati, come cosmetici, prodotti alimentari e per il benessere.

Recentemente un articolo uscito su un quotidiano di Los Angeles affermava quanto segue. «La DEA ha rilasciato una dichiarazione chiarendo ulteriormente la loro interpretazione e le modalità di applicazione della legge sulle sostanze controllate (Controlled Substances Act, CSA). Nella loro dichiarazione si chiarisce qual è la differenza sostanziale tra CBD e THC, una distinzione per portare alla luce quello che i venditori di cannabidiolo hanno dovuto affrontare. La DEA è d’accordo sul fatto che il CSA prende di mira proprio la marijuana per via delle proprietà psicoattive trovate nel THC, il suo principale ingrediente attivo. Dato che il THC è un agente inebriante, e il CBD non lo è, la DEA ora ritiene opportuno chiarire che “I prodotti e i materiali ottenuti dalla pianta di cannabis che non rientrano nella definizione di marijuana del CSA… non sono controllati da quest’ultimo. Questi prodotti possono dunque essere liberamente venduti e distribuiti in tutti gli Stati Uniti senza restrizioni imposte dal Controlled Substances Act”.»

Questa è una notizia incredibile e una conferma per i milioni di consumatori di CBD in tutto il paese che hanno ulteriormente legittimato il loro utilizzo di cannabidiolo. La dichiarazione della DEA significa che ora:

· Il CBD può essere importato ed esportato da e per gli Stati Uniti senza restrizioni.
· Il CBD può essere acquistato e venduto legalmente in tutto il paese.

Così si apre la strada a distinzioni più nette e questo permette alle imprese di muoversi in un quadro più chiaro. Se un’industria continua su basi solide e buone, avrà solo bisogno di omogeneità giuridica per essere considerata un’impresa interessante. Purtroppo è proprio ciò che continua a mancare nella maggior parte dei paesi, per non parlare poi di quanto sia caotico a livello mondiale. La semplice ragione per la quale il quadro normativo è in continuo mutamento o adattamento è che si devono appianare le specifiche definizioni e confini che la morale di ogni società potrà tollerare e le modalità con cui il governo ne approfitterà una volta trovato un terreno morale comune.

Ad ogni modo le differenze tra gli Stati Uniti e l’Italia sono che gli Stati Uniti hanno dedicato parecchio a mettere a punto sistemi e normative differenti, mentre l’Italia è entrata in questo mercato a dominanza di CBD solo recentemente, principalmente per via dei cambiamenti dei livelli tollerati di THC e delle motivazioni legate ai potenziali profitti. Senza contare la forte influenza della vicina Svizzera che l’ha anche rifornita.

Per cui, se l’agricoltura può considerarsi un’industria pragmatica in cui c’è molta pianificazione e compiti stagionali, la politica, le questioni morali, i livelli di tolleranza, il gettito fiscale e altre questioni legali sono ancora da definire nella maggior parte dei paesi in modo che questa industria sia semplice da illustrare. Poi, quando pensi di essere arrivato al punto in cui credi che tutto sia comprensibile, ecco che spuntano nuovi problemi.

Come per ogni terreno appena arato, ci vuole del tempo di assestamento prima che diventi abbastanza compatto da non cambiare di fronte alle diverse condizioni a cui è esposto. Il punto è che non importa quanto tempo dedichi a un business plan, o a far funzionare un modello, o ai diversi strain, o al breeding e così via, perché fino a quando le leggi non si consolidano, sono uniformi e chiare per il pubblico, questa sarà sempre un’avventura mutevole per quelli a bordo. Il grosso business è dietro l’angolo ma fino a quando le leggi federali non detteranno il punto di vista giuridico sulla coltivazione, ci saranno sempre visioni divergenti.

Tutto quello che posso dire ora è: «Vediamo in che modo il Canada tra qualche settimana entrerà in questo mercato come la prima industria nazionale al mondo ad essere legale». Per ora sulla carta si sta configurando come leader mondiale, ma l’applicazione pratica è sempre necessaria per verificare che la teoria funzioni!





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