mappa egittoCapitale: Il Cairo
Moneta: Sterlina egiziana
Clima: mediterraneo, desertico
Specialità gastronomiche: kofta, shawarma, falafel e il loukumandis (dolce tipico)
Cannabis: illegale

Negli anni in cui ho lavorato per un’agenzia di marketing a Tel Aviv ho conosciuto Ana, una ragazza ventisettenne colombiana. Minuta e dalla carnagione scura è nata e cresciuta a Bogotá e nel 2010 decide di partire per un viaggio in Medio Oriente; ancora non sapeva che sarebbe stata spettatrice di una delle maggiori rivoluzioni del nuovo millennio, la Rivolta di Piazza Tahrir.

Ana: «Se ci ripenso adesso è una delle cose più incredibili e pericolose che mi siano mai successe, ma quando sono partita vivere la rivoluzione egiziana era l’ultimo dei miei pensieri. Ho lasciato Bogotá nel 2010 con l’idea di girare il Medio Oriente e poi l’India. Prima sono arrivata in Israele, dove mi sono fermata a lavorare qualche mese in un kibbutz al confine con la Giordania, e poi ho proseguito verso sud, attraversando la frontiera con l’Egitto per visitare il deserto del Sinai. Il Sinai è molto bello, ci sono alcuni monasteri scavati nella roccia che sono stupendi e poi i campeggi sul Mar Rosso costano molto poco. Ci siamo fermati fino quasi alla fine di gennaio del 2011, con me c’era un altro ragazzo colombiano e una ragazza svedese; poi siamo partiti alla volta del Cairo».

L’ARRIVO AL CAIRO. Ana: «Siamo arrivati al Cairo il 26 gennaio, me lo ricordo perché era stato il giorno dopo la prima grossa manifestazione. Da un paio di settimane circolavano voci di proteste in tutto il Paese ed in quel periodo si stavano ribellando un bel po’ di paesi del Maghreb, la Tunisia era già in subbuglio e anche in Egitto un lavoratore si era dato fuoco per protesta.

Quando siamo arrivati alla Turgoman (stazione dei bus, ndr) e siamo scesi c’era una marea di polizia e un po’ ci siamo preoccupati. Abbiamo chiesto in giro e ci hanno detto che c’erano delle manifestazioni e gli agenti erano lì per controllare chi venisse da fuori città.

2017-03-14 09.40.15 amDopo un attimo di caos iniziale con il consueto assalto dei tassisti siamo riusciti a trovare un passaggio per il nostro albergo che non distava molto da Piazza Tahrir, così abbiamo caricato gli zaini e abbiamo detto al tassista di partire. Il taxi era uno di quei vecchi modelli bianco e nero con il portapacchi sul tetto e i sedili di pelle consumata, l’autista era in costante contatto con con altri tassisti con una specie di walkie talkie che penzolava dalla radio e ogni tanto, dopo aver parlato, si fermava e faceva inversione il mezzo al caos del traffico. Quando gli abbiamo chiesto perché, ci disse che voleva evitare di finire in mezzo ai cortei dei manifestanti. Sfortunatamente prima di arrivare all’albergo ne abbiamo incrociato uno, al che l’autista ci ha detto di mettere la testa giù e aspettare. Sdraiati nel sedile posteriore sentivamo gli slogan in arabo urlati dai megafoni e le risposte di migliaia di voci delle persone che sfilavano, io ho buttato su la testa per vedere e nella strada c’erano centinaia di uomini e donne che camminavano urlando e agitando i pugni. Lentamente la macchina ha iniziato a muoversi in mezzo al fiume di persone e mentre andavamo a passo d’uomo siamo usciti dal corteo non senza che qualcuno tirasse un pugno al tetto o ci urlasse qualcosa dal vetro».

PIAZZA TAHRIR. Ana: «A Piazza Tahrir ci siamo stati più volte, anche durante le manifestazioni più grosse. Però devi capire che in quel momento non è che realizzi di essere in mezzo alla rivoluzione del Paese, voglio dire un “evento storico” diventa tale solo nel momento in cui si compie non nell’atto in sé. Quindi per noi era ancora la visita della città complicata dalle manifestazioni, è solo dopo che abbiamo capito a cosa stavamo assistendo. Beh, anche dopo i primi morti in realtà.

La situazione dopo il nostro arrivo ha iniziato a degenerare, ormai la parte centrale della città era in preda al caos. Abbiamo fatto in tempo a visitare il Museo Egizio prima che venisse preso d’assalto. Poi è arrivato il 29 di gennaio quando Mubarak doveva dare le dimissioni e invece disse che avrebbe fatto dimettere il governo. Eravamo nel salone dell’albergo, uno stanzone di pareti di marmo e divani un po’ pacchiani con metà dei lavoratori che guardavamo il televisore. Loro erano increduli, al termine de discorso in molti si sono levati la giacca e sono usciti per strada per unirsi alla folla dei manifestanti che intanto affluiva dalle strade secondarie intorno alla piazza.

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Con noi quel giorno c’erano anche un paio di francesi di cui uno che studiava arabo e ci dissero che andavano verso Piazza Tahrir per assistere alle proteste. Abbiamo deciso di seguirli. Usciti dall’albergo ci siamo resi conto della marea di gente per strada. Uomini, donne e moltissimi giovani marciavano per strada gridando slogan contro il presidente Mubarak e la Polizia. Nel tragitto dall’albergo alla piazza si sentono dei colpi d’arma da fuoco sparati verso l’alto, guardando i miei amici ci siamo resi conto che forse non era stata la migliore delle idee ma tornare indietro è impossibile, troppa troppa gente.

Quando arriviamo in piazza è uno shock, è tutta completamente occupata di manifestanti, dai giornali nei giorni successivi scopriremo che forse quel giorno c’erano almeno un milione di dimostranti.

Nelle ore successive la gente del Cairo è rimasta lì a gridare slogan contro il governo e a presidiare quello che stava diventando il luogo simbolo della rivolta. Noi abbiamo vagato per un po’ in quella piazza, al centro c’erano le tende dei primi manifestanti, è da lì che i blogger del movimento cercavano di aggiornare la situazione, anche se in quei giorni il governo aveva bloccato internet. I ragazzi e gli studenti ci chiedevano cosa facessimo lì e ci invitavano a sederci con loro spiegandoci le ragioni della protesta. Chiedevano più democrazia e la cacciata di Mubarak che per loro era il simbolo della corruzione e dei mali del Paese. Poi ad un certo punto iniziò a circolare la notizia che i carri armati dell’esercito avevano circondato la piazza.

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Uno degli studenti con cui eravamo e che ci stava portando in giro ci disse che forse era meglio se fossimo tornati in albergo perché a quel punto le cose potevano mettersi davvero male. Ricordo che abbiamo impiegato quasi tre ore per tornare indietro, a quel punto la situazione era tesissima. Dal salone dell’albergo abbiamo seguito sulla TV minuto per minuto tutto quello che succedeva con la paura che i militari attaccassero i dimostranti e poi è successo l’incredibile, l’esercito ha dichiarato che non avrebbe attaccato i civili. A quel punto un boato di gioia è esploso nel salone, tutti avevano capito che era arrivata la fine di Mubarak, l’ultimo faraone».

LA FUGA. Ana: «La decisione dell’esercito però non ha concluso immediatamente la rivolta, a quel punto sono iniziati gli scontri tra i sostenitori di Mubarak e i manifestanti. Le strade si erano riempite di barricate e bande avversarie si scontravano con armi da fuoco, in quei giorni il numero dei morti dagli inizi della rivolta era salito a più di cento. Dopo esserci consultati abbiamo deciso di partire e ci ha dovuto accompagnare alla stazione uno dei ragazzi che lavorava all’albergo perché i taxi non ci volevano venire. Mi sono accorta visitando il resto del Paese che fuori dalla capitale o dalle altre grandi città, la situazione era molto diversa, più tranquilla, con la gente che non si preoccupava troppo di quello che succedeva al Cairo. Solo qualche giovane studente quando scopriva che eravamo stati a Piazza Tahrir nei giorni della rivolta ci chiedeva com’era e dopo aver sentito la nostra storia spesso commentava con rammarico il fatto di non esserci potuto andare, come un’occasione persa della vita».

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a cura di Mattia Coletto
Viaggiatore appassionato nasce nel secolo sbagliato.
Avrebbe voluto fare l’esploratore.





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