Di bufale sulla cannabis in questi anni ne abbiamo smontate a decine. Ciò nonostante, la disinformazione sull’argomento continua ad essere dilagante.

Ci sarebbe addirittura lo zampino del Diavolo, dietro a giornalisti, medici, commercianti e politici che sostengono la legalizzazione della cannabis. E la rivelazione, è proprio il caso di dirlo, non è stata fatta ad un prelato, a un mistico o a un veggente, ma al professor Arnaldo Benini, che l’ha raccontata in un articolo surreale qualche giorno fa su Il Sole 24 Ore.

Partendo dal presupposto che secondo lui la cannabis non è innocua, arriva a dire che la legalizzazione va respinta, citando per sostenere la sua tesi uno studio del 1914 a cura di un medico “che curava drogati in India e riferì di una forma di malattia mentale dall’uso eccessivo delle droghe della cannabis”.

A noi che di cannabis ne scriviamo da anni, la cosa fa quasi sorridere, ma abbiamo deciso di rispondere nel merito anche perché c’è stata una recente escalation di articoli di questo livello sulla stampa mainstream.

Le basi su cui l’autore scrive il proprio articolo sono una prestigiosa review sulla cannabis, sulle sue proprietà mediche e sulle metodologie degli studi scientifici, che dice un sacco di cose positive sulla cannabis censurate dal professore, e alcune negative prontamente riportate. La seconda fonte è il libro di Alex Berenson che, come ricorda Marco Perduca dal sito dell’Associazione Coscioni, “è stato abbondantemente stroncato da tutti coloro che da decenni seguono con attenzione politica, legislativa e socio-sanitaria le norme e le decisioni inerenti le droghe negli Stati uniti. Le critiche sono dovute principalmente alla mancanza di serietà nella ricerca, all’uso di studi datati e riferimenti aneddotici a problemi ritenuti di portata generale”.

Di tutto l’articolo, l’unico punto sul quale possiamo trovarci parzialmente d’accordo, è che la cannabis non sia innocua. Come tutte le sostanze che vengono introdotte nel nostro corpo, e a maggior ragione quelle psicoattive, come caffè e alcol, la cannabis agisce sull’organismo e sul nostro sistema endocannabinoide, motivo per cui è oggi utilizzata in medicina per trattare decine di patologie.

Nessuno qui ha mai sostenuto che la cannabis sia innocua, ma sicuramente abbiamo scritto e ribadito che è meno dannosa dell’alcol e della nicotina, sostanze psicoattive del tutto legali che causano migliaia di morti l’anno. Lo dicono diversi studi scientifici tra cui probabilmente il più importante è quello pubblicato sul prestigioso Scientific Reports nel 2014, che stilava una classifica delle sostanze più dannose: gli studiosi hanno calcolato che sia ben 114 volte meno letale dell’alcool. Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno analizzato il rischio di mortalità di diverse sostanze di uso comune per scoprire che, a livello di utilizzo individuale, l’alcool è al primo posto seguito da eroina, cocaina e tabacco.

La cannabis non è innocua, e non è nemmeno la panacea di tutti i mali, ma questo non significa che un adulto che ne trae beneficio e vuole farne uso, non debba considerarlo come un diritto, umano e sacrosanto, nei confronti di una pianta che accompagna l’umanità da millenni. Che al professore piaccia o no, la cannabis è la sostanza stupefacente più utilizzata al mondo e anche in Italia: è da qui che deriva il discorso economico e sociale che sfocia nella legalizzazione. Legalizzare significa prendere atto che ci sono milioni di consumatori di cannabis che in Italia sono costretti a rivolgersi agli spacciatori, riforniti da mafie e criminalità organizzata, e che quindi vale la pena regolamentare il fenomeno, togliere gli introiti ai criminali per restituirli alla collettività, e avere anche la certezza di utilizzare un prodotto controllato e sicuro, che non contiene contaminanti, muffe e porcherie varie. Significa smettere di ingolfare i tribunali per mandare in carcere persone che non hanno fatto altro che fumare un fiore. Oltre che implementare programmi di informazione sulla sostanza nelle scuole, come sta accadendo nella maggior parte de paesi che l’hanno legalizzata.

La questione della cannabis medica nell’articolo viene liquidata così: “Il poco di bene è il trattamento del dolore cronico e l’effetto antiemetico. Dolori, nausea e vomito si curano comunque meglio con medicamenti privi di rischi”. Fine. A parte il fatto che sono sempre più numerosi gli studi scientifici che indicano la cannabis come un trattamento di fascia A, il più alto, nel trattamento del dolore e invitando a sostituire gli oppiacei con la cannabis perché dà meno dipendenza e non causa morti (dei quali proprio a causa degli oppiacei in America c’è un’epidemia di overdose), non si fa cenno delle decine di proprietà mediche della cannabis: dalla nuova frontiera del trattamento delle epilessie farmaco-resistenti, agli spasmi e contratture nella sclerosi multipla e SLA, passando per i benefici nel trattamento del morbo di Chron, le potenzialità espresse di recente per quanto riguarda autismo, Alzheimer e Parkinson, il glaucoma e varie altre patologie.

“Nei paesi in cui la marijuana è stata legalizzata, il consumo è di molto salito, anche perché la diffusione ne ha abbassato il prezzo. Parallelamente è aumentato il numero d’incidenti stradali mortali dovuti alla condizione mentale da THC. Il consumo aumenta soprattutto fra i giovani”, scrive nell’articolo.
Affermazioni che sono smentite da diversi studi che si stanno svolgendo in America negli stati in cui la legalizzazione è completa. Un rapporto pubblicato a gennaio 2017 dal Dipartimento della Salute Pubblica e dell’Ambiente del Colorado, primo stato americano ad aver legalizzato la cannabis nel 2014, spiega che la legalizzazione non ha portato ad aumenti dei livelli di consumo: se nel 2009 il numero degli adolescenti (14–17 anni) che ha consumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione si aggirava attorno al 25%, dal 2013 al 2015, in concomitanza con la legalizzazione, il dato si è relativamente stabilizzato attorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. Anche per quanto riguarda il consumo da parte degli adulti, i dati riguardanti il consumo nel mese precedente alle rilevazioni e il consumo abituale non sono cambiati successivamente alla legalizzazione. Un altro recente studio pubblicato di recente su Jama Pediatrics, conferma che tra gli adolescenti di Washington, l’uso di cannabis è calato dopo la legalizzazione. L’idea è che i minori tassi di utilizzo degli adolescenti potrebbero essere dovuti a una migliore comunicazione e al controllo del commercio.

E non è vero nemmeno che aumentano gli incidenti stradali: i dati che arrivano dallo stato del Nevada, dove la cannabis è venduta legalmente dal luglio 2017, ci raccontano l’esatto contrario. Se tra luglio 2016 e maggio 2017 erano rimaste uccise in incidenti stradali 310 persone, tra il luglio 2017 e il maggio 2018 gli automobilisti deceduti in incidenti sono stati 277, con un calo del 10%.
Diminuiscono anche i reati: in Uruguay, dal 19 luglio 2017 a marzo 2018, il numero dei reati correlati al traffico di droghe sono diminuiti del 20%. Questo straordinario risultato è stato ottenuto negli appena sette mesi trascorsi da quando nel paese sudamericano è partita la vendita legale di cannabis per tutti i cittadini maggiorenni nelle farmacie, con il governo che aveva annunciato che in un anno il 55% dei consumi di droghe leggere è gestito dal mercato legale, sottraendo così oltre la metà degli introiti alle organizzazioni criminali.
Le uniche cose che crescono sono i proventi per lo stato, le attività commerciali e i posti di lavoro.

Altro dato falso riportato nell’articolo: “Dal 2010, nei paesi dove è liberalizzata la marijuana, il numero di decessi per overdose di oppiacei è cresciuto”. La verità e l’opposto di quanto detto. Secondo uno studio del 2014 negli Stati americani che avevano autorizzato l’uso di cannabis terapeutica, dopo aver emanato le leggi hanno avuto un tasso del 24,8% più basso riguardo alla mortalità annuale per overdose da analgesici oppiacei rispetto agli Stati in cui la cannabis terapeutica era ancora illegale.

Secondo un altro studio recente pubblicato sul Journal of General Internal Medicine e curato dagli scienziati di Pharmerit International, la legalizzazione della cannabis medica è risultata associata a una minore probabilità di uso di oppioidi del 5%, di uso regolare di oppiacei del 7% e di uso di oppioidi ad alto rischio del 4%. Il risultato è stato ottenuto analizzando i dati di 4,8 milioni di persone negli Stati Uniti che vivono in uno stato con accesso legale alla cannabis per scopi medicinali. Secondo lo studio curato dai ricercatori del Dipartimento di medicina di famiglia e sanità pubblica dell’Università della California a San Diego e pubblicato su Drug and Alcohol Dependance il numero di prescrizioni e le dosi totali di oppioidi sono state ridotte negli stati che hanno legalizzato l’uso della cannabis per gli adulti.

Dire che la cannabis va vietata comunque, perché “fa male”, è un discorso molto, ma molto pericoloso. E’ dimostrato che bere troppi caffè o assumere troppo zucchero fa male alla salute, bere troppo alcool può uccidere. Ma anche mangiare tante merendine o guardare troppa tv o internet può incidere fortemente e in senso negativo sulla formazione e la salute di un ragazzo. Che si fa allora? Si vietano le merendine, internet e la tv? O forse è meglio uscire dall’oscurantismo, legalizzare per affrontare il problema e iniziare a fare informazione in modo serio, sulla cannabis e le altre sostanze, senza ipocrisie, per fare in modo che i ragazzi sappiano a cosa vanno incontro?

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