Ci sono sempre più persone sui social network che si fermano ai titoli degli articoli e pensando di aver colto tutto il senso dello scritto come per ispirazione divina, si sentono in dovere di commentare come se dalle loro parole dipendesse il futuro dell’umanità.

Intanto vogliamo tranquillizzare tutti: non è così. Un vostro commento in più o in meno non cambierà le sorti del pianeta. Fatevene una ragione. A maggior ragione se si tratta di un commento che non scaturisce da un ragionamento fatto dopo aver seguito quello dell’autore del pezzo, ma nato da una suggestione dopo aver letto solo il titolo che, per motivi giornalistici, può anche essere fuorviante o nel migliore dei casi è un sunto stringato di concetti che vengono poi sviluppati e spiegati. Soprattutto un commento non è una cosa dovuta, non siete obbligati a farlo.

Per quanto ci riguarda, ben venga se un pezzo vi fa nascere una riflessione che volete condividere, una critica al nostro lavoro, un’idea per un altro articolo etc… ma, come diceva Egreen a proposito del rap, commentare non è obbligatorio.

Perché ve lo stiamo dicendo? Perché noi lavoriamo per scrivere dei pezzi che possano stimolare i lettori, a volte provocarli e farli riflettere. Quindi ampio spazio alla partecipazione, il dialogo e lo scambio di opinioni. Siamo nati per questo: per stimolare un dibattito pubblico sugli stili di vita alternativi, sulla canapa, sulle criticità del sistema in cui viviamo.
Ma questo scambio dev’esser fatto a fronte di un ragionamento e con uno scopo comune, quello di meglio comprendere certe tematiche, di capire dove sta andando il mondo che tutti abitiamo. E soprattutto, va fatto senza mai mancare di rispetto a nessuno (a partire dall’autore dell’articolo), altrimenti evitate del tutto!

Se il commento diventa un modo per mettersi in mostra, per mandare in vacca un ragionamento, la cosa inizia a perdere senso. Se diventa un pretesto per ergersi professori in cattedra, senza aver nemmeno letto in contenuto, non ci siamo. E non è un problema solo nostro, nonostante l’idea di parlare a persone che non ci ascoltano ci spaventa abbastanza. Diventa un problema di tutti, nostro, vostro e di tutta la società.

Attenzione: non stiamo dicendo che non accettiamo critiche. Partendo dall’assunto che qualsiasi segnalazione, se esposta in modo civile, è la benvenuta, siamo i primi a voler essere stimolati, infilzati dalle vostre caustiche parole, per prendere spunto da quello che ci scrivete. Ma devono essere reazioni nate dopo che un contenuto è stato letto e metabolizzato. Altrimenti si rischia di perdere il senso. Diventa tutto un Matrix in cui uno commenta cose a caso facendo partire discussioni e trollate basate sul niente, perché si è perso di vista il punto centrale, quello di cercare di crescere insieme a partire dall’opinione di un singolo o di una redazione. Quello che nella nostra ottica dovrebbe fare il giornalismo oggi: una voce il più possibile indipendente, aperta al confronto e forte delle proprie opinioni.

Opinioni e fatti esposti in forma lenta, senza farsi fagocitare dalla velocità e dalla produttività imperante di oggi. Che è il nostro modo di interpretare lo slow journalism, il giornalismo lento, quello che rinuncia al clickbait, a titoli acchiappa click, alle notizie facili sparate in serie una dopo l’altra, per puntare invece su contenuti ragionati, su voci alternative, su punti di vista diversi, che possano aiutare tutti, anche chi non è d’accordo, a formarsi un’opinione su un determinato tema o a ragionare su aspetti di una determinata vicenda che magari non aveva preso in considerazione.

Vi sveliamo inoltre un altro “segreto”: per informarsi, non basta leggere i titoli degli articoli. Anzi, così facendo ci si illude di essere informati quando invece non lo si è affatto. Allora tanto vale piuttosto non leggere nemmeno quelli e conservare la propria ignoranza in maniera consapevole.

Fateci e facciamoci un favore: non commentate più senza aver letto un articolo, perché, come Trilly spiega a Peter Pan che ogni volta che qualcuno dice che le fate non esistono, ne muore una, ogni volta che voi commentate un post dopo aver letto solo il titolo, muore un pezzo del giornalismo e della comprensione reciproca.





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