Chi non ha mai sognato di abbandonare la città e costruirsi una casa nel bosco, magari sulle rive di un lago, riscaldandola con l’energia solare e vivendo a contatto e in armonia con la natura? Molte persone hanno già adottato questo stile di vita e molte altre lo stanno desiderando dopo l’esperienza del lockdown e i timori legati ai contagi. Così facendo, però, non aiutano molto l’ambiente. Sebbene possa sembrare controintuitivo, è scegliendo la città che la nostra impronta ecologica diminuisce, perché la fornitura di servizi (trasporti pubblici, reti fognarie, approvvigionamento idrico ed elettrico) oltre ad avere un costo inferiore, preserva l’ambiente. Un’affermazione tanto più vera con la rivoluzione tecnologica dei centri urbani ormai alle porte.

Le Nazioni Unite prevedono che entro il 2050 il 68% della popolazione mondiale vivrà in città più o meno grandi. I Paesi sviluppati sono già molto urbani, mentre quelli in via di sviluppo si stanno urbanizzando rapidamente, con tutti i problemi connessi: infrastrutture inadeguate, igiene pubblica insufficiente, scuole sovraffollate, povertà crescente, criminalità alle stelle.

Anche nei Paesi avanzati la battaglia per stare al passo con le esigenze infrastrutturali e contrastare l’inquinamento atmosferico non finisce mai, ma in generale le città, che attualmente sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni di CO2 globali, da causa dei problemi legati alla crisi climatica si candidano ad esserne la soluzione più accredita. Lo dimostrano le oltre 100 città nel mondo che si sono impegnate, indipendentemente dai governi nazionali, a raggiungere la neutralità carbonica netta entro il 2050, una strada possibile grazie al rapporto stretto tra imprese, residenti e istituzioni in grado di mettere in atto azioni climatiche urgenti e decisive, con risultati immediati e di grande impatto.

La tecnologia, in questo, è e sarà d’aiuto. Con lo sdoganamento del discusso 5G vedremo aprirsi scenari urbani degni della migliore fantascienza: dalla distribuzione di energia ai sistemi di trasporto, dall’illuminazione stradale alla raccolta dei rifiuti, tutto nelle città intelligenti (in inglese: smart city) sarà ottimizzato affinché gli sprechi nell’utilizzo delle risorse siano ridotti al minimo.

È innegabile che per un cittadino la prospettiva di sapere in tempo reale quanti posti sono liberi su ogni autobus, o quanto sono trafficate le strade, o dove trovare biciclette a noleggio, o ancora, dove sono presenti buche così da poterle evitare mentre una squadra di operai è già in viaggio per ripararle, è certamente allettante. E questo è il minimo.

Vivere in un luogo in cui i servizi funzionano, con edifici e infrastrutture che comunicano tra loro per risparmiare risorse, oggigiorno non è più un’utopia. Tutta da costruire invece è la garanzia di potersi muovere liberamente in questi spazi urbani, identificati solo quando serve, con regole chiare che stabiliscano le condizioni d’utilizzo dei dati che ci riguardano. Sì, perché il problema con le città intelligenti è che, così come sono attualmente concepite, hanno le preoccupanti sembianze di un partenariato pubblico-privato per acquisire ogni tipo di informazione dai suoi residenti, rendendoli controllabili, prevedibili e gestibili. Si tratta di barattare la nostra riservatezza con l’efficienza. Potrebbe non andare necessariamente così ma è il caso di iniziare a interrogarci sulla questione.

Città dei 15 minuti
La crisi sanitaria che ci è piombata addosso negli ultimi mesi, ha fornito ulteriori spunti di riflessione sul futuro delle città, riequilibrando le forze in gioco. Per il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, una città smart è quella che mette in primo piano le persone, focalizzandosi su due dimensioni, lo spazio e il tempo. Ciò significa re-immaginare i quartieri dotandoli di ogni tipo di servizio accessibile ai cittadini nell’arco di uno spazio ridotto e riallocando in modo permanente più spazio stradale per i pedoni e i ciclisti, dando la priorità a tetti verdi e marciapiedi permeabili, per ridurre i rischi di caldo estremo, siccità e inondazioni, così da migliorare la vivibilità e la salute. In questa visione alternativa della metropoli ideale ogni cittadino vivrebbe essenzialmente il proprio quartiere in cui trovare nel raggio di 15 minuti a piedi tutti i servizi necessari alle proprie esigenze. Una soluzione fortemente sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

La città foresta
Infine ma non in ultimo, per essere pienamente smart, la città non può prescindere dalla simbiosi con la natura. Una lezione che un po’ ovunque sta trovando applicazione nel rimboschimento e nella riqualificazione del verde cittadino e che Stefano Boeri, l’architetto famoso in tutto il mondo per il “bosco verticale”, sta spingendo all’ennesima potenza con la città foresta. Si tratta di piccoli centri urbani compatti in grado di ospitare almeno 100 mila abitanti, composti da dozzine di edifici come i boschi verticali, circondati da alberi, arbusti e piante fiorite. Insediamenti urbani autosufficienti dal punto di vista energetico e della produzione di cibo dove persino i big data, lungi da essere strumento di controllo, mostrano solo la loro faccia migliore, gestiti e condivisi nel massimo rispetto della privacy. Tutto sta a vedere come. La prima città foresta del millennio sorgerà vicino Cancun, in Messico, e sarà un polo d’interesse globale dove si insedieranno dipartimenti universitari, organizzazioni, laboratori e aziende che si stanno interessando ai temi legati al futuro del Pianeta.

a cura di Olivia Mordenti





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