In questi giorni si leggono in giro articoli in cui si parla di un nuovo studio sulla condizione patologica della sindrome iperemetica da cannabinoidi (CHS). Gli articoli sulle ricerche effettuate da scienziati guidati dal professor Joseph Habboushe del Dipartimento di Medicina di Emergenza, presso l’Università di New York dicono che “potrebbero” interessare milioni di persone. Questa notizia, grazie a chi sostiene da sempre le più assurde tesi proibizioniste, sta “infestando” il web; ma quanto c’è di vero?

In Italia si stima che siano circa 10 milioni i consumatori di cannabis. Se dovesse esser attendibile ciò che si legge negli articoli in questione, oltre 200.000 cittadini italiani dovrebbero soffrire di tale sindrome che comporta nausee ed episodi di vomito ripetuti. Personalmente, dopo 25 anni di consumo quotidiano di cannabis, non ho mai accusato determinati sintomi.

Oggi la cannabis è usata per combattere proprio la nausea: è un antiemetico impiegato in combinazione alle cure con chemioterapici; inoltre è usata per combattere l’anoressia e l’iperemesi gravidica grave. Come può dunque provocare nausea e mal di pancia cronici in chi la consuma?
Certo, sono tanti i farmaci che, se usati in eccesso provocano gli stessi disturbi che dovrebbero curare ma, a tal proposito, ricordo che la cannabis è tra le sostanze meno tossiche e più terapeutiche al mondo. Ammettendo che l’abuso possa far male, cosa dire degli effetti provocati dall’eccessivo consumo di alcol, tabacco e persino di bibite gassate?

Sembra che non esista una cura per la CHS e che l’unica soluzione efficace sia smettere di fumare.
Considerato che la cannabis non induce dipendenza fisica, se dovesse insorgere la CHS in un consumatore, praticamente sarà semplicissimo guarire. Anche in quei rari casi di dipendenza psicologica patologica da consumo di cannabis, «violenti attacchi di vomito, anche più di cinque in una sola ora», come riportano molti giornali, scoraggerebbero qualsiasi fumatore, annullando la dipendenza mentale.

La CHS è una condizione emersa di recente, ma la marijuana viene fumata da moltissimo tempo. Perché la sindrome dovrebbe essere strettamente associata ai cannabinoidi? Analizzando lo studio, si evince che sono innumerevoli i limiti: nei questionari proposti ai pazienti non ci sono domande relative alla quantità di cannabis consumata giornalmente, o in merito al consumo di farmaci o altre droghe. Dei 2127 pazienti indagati, in 155 (il 7% circa) hanno dato riscontro in merito agli effetti della sindrome. In realtà, solo il 32,9% di questi (50 soggetti circa) ha manifestato veri criteri d’inclusione alla CHS. Il questionario, a cui sono stati sottoposti pazienti di età compresa tra i 18 e i 49 anni che hanno riferito di fumare marijuana almeno 20 giorni al mese, prevedeva una serie di domande relative ai sintomi della CHS (nausea e vomito) e ai metodi di sollievo di tali sintomi, comprese le docce calde. Praticamente hanno chiesto, a chi mangia frutta secca almeno 20 giorni al mese, se soffre mai di dissenteria. La causa del problema per i pochi che hanno risposto si, è stata data alle “noccioline” senza conoscere la dieta completa dei soggetti in questione. “Autorevolmente” hanno poi consigliano l’assunzione di succo di limone perché, i soggetti stessi lo hanno indicato come rimedio che porta loro sollievo, quando hanno la diarrea. Sono questi gli autorevoli studi scientifici che giustificano il proibizionismo?





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