E’ nato in Italia il primo sindacato per i coltivatori e i lavoratori del settore canapa. Si chiama ASACC ed ha l’intento di “arrivare ai tavoli istituzionali al fine di regolamentare ed incentivare il mercato italiano già esistente ed essere di ausilio allo stato nella produzione della cannabis terapeutica”.

Tra gli obiettivi dell’Associazione Sindacale Autonoma Coltivatori Lavoratori e Lavorazione Canapa c’è “l’intento di aiutare nello sviluppo economico e nella crescita sia le imprese che i lavoratori delle stesse, qualsiasi ambito economico e commerciale nel quale è previsto l’utilizzo della canapa”, la fornitura “agli associati (quota associativa per i singoli cittadini 50 euro, ndr) tutti gli strumenti e servizi necessari per lo sviluppo dell’azienda”, e infine la difesa della “libertà della coltivazione della canapa promuovendo il confronto tra i diversi orientamenti politici e culturali”.

Nata ad aprile  l’associazione e è stata lanciata con una conferenza stampa alla sede del consiglio regionale della Toscana di via Cavour, a Firenze.

E il primo passo è stato quello di annunciare la tutela legale gratuita per coloro che, con prescrizione medica che indichi una cura a base di cannabis terapeutica, non riuscendo a trovare i medicinali in farmacia, decidano di coltivare piante di cannabis a casa ed incappino in denunce o procedimenti penali.

“Ci sentiamo di non abbandonare le persone difficoltà. Chi, in tutta Italia, non trovando la materia prima nelle farmacie ospedaliere o private opti per l’autocoltivazione, anziché rivolgersi al mercato illegale, avrà a disposizione gratuitamente i nostri legali in caso di procedimento penale a carico”, spiega Lorenzo Cancogni, presidente di Asacc”.

L’autocoltivazione è un’istanza che i pazienti, anche italiani, hanno più volte cercato di portare avanti partendo da un dato di fatto: sono anni che il fabbisogno dei pazienti, in termini di cannabis, viene sottostimato, per cui i pazienti si trovano spesso a fare i conti con carenze di cannabis, sia di quella che importiamo dall’Olanda, sia di quella prodotta allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che stenta a decollare.

Il Canada è stato il primo paese ad approvare l’autocoltivazione di cannabis a livello medico per i pazienti, un servizio di cui nel 2016 hanno usufruito in circa 10mila. Sono previste delle regole precise e la cannabis, una volta raccolta, viene fatta analizzare per verificare la quantità di principi attivi presenti e l’eventuale formazione di muffe o altri contaminanti. Senza contare i paesi che hanno legalizzato la cannabis tout court, come l’Uruguay e i dieci stati USA, dove è permessa l’autocoltivazione di un numero variabile di piante.

I motivi di chi si oppone sono principalmente due: il fatto che per la cannabis in medicina si tenda alla standardizzazione dei prodotti per avere una ripetibilità delle prescrizioni, e poi perché la cannabis medica viene prodotta secondo procedure paragonabili a quelle dei farmaci, in ambienti controllati in tutti i passaggi, proprio per garantire un prodotto standard e soprattutto che non contenga sostanze nocive, che ha persone già debilitate potrebbero causare seri problemi.

Dall’altro lato rimangono le esigenze di chi si cura con questa pianta, che spesso, a causa della sua irreperibilità nelle farmacie, sono costretti ad acquistare cannabis di dubbia qualità per strada presso il mercato nero.

“Perché importare dall’estero la cannabis terapeutica? Produrla qui offre opportunità di lavoro e la garanzia di un prodotto di maggiore qualità”, aggiunge la coordinatrice nazionale di ASACC Anna Maria Mosti. Il ministro della Salute Giulia Grillo ha recentemente annunciato un aumento delle importazioni e anche l’apertura a produttori privati per sopperire alle carenze, ma il fabbisogno resta lontano dall’essere coperto.

Intanto il consigliere regionale del Pd Giacomo Bugliani, ha dichiarato che presenterà una mozione per chiedere l’aumento della produzione del Farmaceutico, che dipende dal ministero della difesa. Un auspicio peraltro già più volte espresso dallo stesso Rossi.

Intanto i pazienti soffrono. E aspettano.

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