Estratto da Pianeta Vuoto di Darrell Bricker e John Ibbitson – per gentile concessione di add editore, 2020

L’Homo sapiens si sta riproducendo in modo incontrollato, mettendo a dura prova la nostra capacità di nutrire, alloggiare e vestire i 130 milioni o più di nuovi nati che, secondo i calcoli dell’Unicef, vengono al mondo ogni anno. Più gli esseri umani affollano il pianeta, più le foreste scompaiono, la fauna si estingue e l’atmosfera si riscalda.

Coloro che temono e annunciano una crisi demografica globale avvertono che, se non riusciremo a disinnescare la bomba demografica, andremo incontro a un futuro di crescente povertà, penurie alimentari, conflitti e degrado ambientale.

Questa analisi, però, è sbagliata da tutti i punti di vista.

Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo – uno dei grandi eventi che segneranno la storia dell’umanità – si verificherà tra circa tre decenni, quando la popolazione mondiale inizierà a ridursi e, una volta innescato, questo processo non si fermerà. La sfida che ci troviamo di fronte non è quella di un’esplosione ma di un declino demografico, un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana. Niente del genere è mai accaduto prima d’ora.

Non c’è da stupirsi che questa sia una notizia scioccante. Le Nazioni Unite prevedono che nel XXI secolo la popolazione passerà da sette a undici miliardi, per poi stabilizzarsi a partire dal 2100. Ma sempre più demografi in tutto il mondo considerano le stime dell’Onu di gran lunga troppo elevate. Secondo i loro calcoli è più probabile che la popolazione planetaria raggiungerà un picco di circa nove miliardi tra il 2040 e il 2060, e da lì inizierà a ridursi.

I Paesi la cui popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque. Alcune tra le regioni più ricche del pianeta – tra cui Giappone, Corea, Spagna, Italia e gran parte dell’Europa orientale – perdono abitanti ogni anno. «Siamo un Paese moribondo», ha dichiarato nel 2015 Beatrice Lorenzin, l’allora ministra della Salute italiana.

Ma la vera notizia non è questa. La vera notizia è che presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. La popolazione cinese comincerà a calare entro pochi anni. Di qui alla metà del secolo Brasile e Indonesia faranno lo stesso. Perfino l’India, che sarà presto il Paese più popoloso del mondo, vedrà il numero dei suoi abitanti stabilizzarsi tra circa una generazione per poi iniziare a diminuire. E se nell’Africa subsahariana e in parte del Medio Oriente i tassi di fecondità rimangono esorbitanti, da quando le donne hanno ottenuto accesso all’istruzione e alla contraccezione le cose stanno cambiando. È probabile che lo sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’Onu.

Di per sé il declino demografico è un fenomeno né positivo né negativo, ma è un fenomeno determinante. Una bambina nata oggi raggiungerà la mezza età in un mondo con congiunture e aspettative molto diverse da quelle attuali. Vivrà in un pianeta più urbanizzato, meno pericoloso, più sano dal punto di vista ecologico ma con una popolazione molto più vecchia. Non avrà difficoltà a trovare un lavoro, ma potrebbe comunque fare fatica a sbarcare il lunario, perché il suo stipendio sarà decurtato dai contributi necessari per finanziare le pensioni e l’assistenza sanitaria dei molti anziani. Ci saranno sempre meno scuole perché ci saranno sempre meno bambini.

Non dovremo aspettare trenta o quarant’anni per iniziare a percepire gli effetti del calo demografico. Possiamo già osservarli nei Paesi sviluppati, dal Giappone alla Bulgaria, dove le economie stentano a crescere dal momento che i giovani che lavorano e consumano diminuiscono, rendendo più difficile finanziare i servizi sociali o vendere frigoriferi. Possiamo osservarli nei centri urbani dell’America latina e dell’Africa, dove le donne prendono sempre più in mano il loro destino. Possiamo osservarli in ogni famiglia i cui figli vanno a vivere da soli più tardi perché non hanno fretta di sistemarsi e non hanno la benché minima intenzione di fare un figlio prima dei trent’anni. E possiamo osservarli, tragicamente, nelle acque tumultuose del Mediterraneo, da cui i migranti dei Paesi più poveri premono sulle frontiere di un’Europa che sta già iniziando a svuotarsi.

E presto potremo osservarli influenzare la battaglia globale per il potere. Nei decenni a venire la contrazione demografica plasmerà la natura della pace e della guerra, perché mentre alcuni Paesi dovranno fare i conti con l’invecchiamento e la riduzione della popolazione, altri saranno ancora in grado di mantenerla stabile. La sfida geopolitica che caratterizzerà i prossimi decenni potrebbe implicare l’adeguamento e il contenimento di una Cina frustrata e spaventata alle prese con le ricadute della disastrosa politica del figlio unico.

Tra coloro che temono le ripercussioni negative del calo demografico, alcuni invocano politiche pubbliche capaci di aumentare il numero di figli per coppia. Ma i dati rivelano che sono inutili.

Una soluzione al problema del declino demografico è quella di importare popolazione che sostituisca quella che viene a mancare, ma non tutti i Paesi sono in grado di accogliere le ondate di nuovi arrivati.

In passato sono state le carestie e le epidemie a decimare il genere umano. Ora lo facciamo da soli: stiamo decidendo consapevolmente di ridurre il nostro numero. Sarà una scelta permanente? Forse sì. Sebbene in certi casi i governi siano stati in grado di aumentare il numero dei figli che le coppie sono disposte a fare attraverso generosi aiuti alle famiglie e altri incentivi, non sono mai riusciti a riportare la fecondità alla soglia di sostituzione generazionale: 2,1 figli per donna. Queste misure sono inoltre assai dispendiose e tendono a subire tagli durante le crisi economiche, senza contare il fatto che uno Stato che tenta di convincere una coppia ad avere un figlio che in altre circostanze non avrebbe avuto può essere ritenuto poco etico.

A mano a mano che la popolazione diminuirà, accoglieremo con gioia o con dolore questo calo? Ci sforzeremo di mantenere la crescita o accetteremo serenamente un mondo in cui le persone prospereranno e soffriranno di meno? Non ci è dato saperlo. Ma un poeta potrebbe osservare che, per la prima volta nella storia della nostra specie, «l’umanità si sente vecchia».





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