Nel corso dell’ultimo secolo l’impatto dell’attività umana nei confronti del pianeta in cui viviamo, che è la nostra casa, si è fatto progressivamente sempre più devastante. L’inquinamento declinato in tutte le sue forme, la deforestazione, la distruzione delle biodiversità, stanno minando in profondità gli equilibri della biosfera. Fra le tante conseguenze del “passo pesante” con cui camminiamo sulla terra, incuranti di tutto ciò che ci circonda, si possono annoverare sicuramente quelle che vengono comunemente definite malattie del progresso: i tumori, il diabete, l’Alzheimer, le allergie, l’elettrosensibilità e molte altre patologie, la cui incidenza nella popolazione è cresciuta a dismisura nel corso degli ultimi decenni. Il dramma costituito dalla pandemia di Covid-19 potrebbe rappresentare la scintilla dalla quale scaturisce un ripensamento del nostro modello di sviluppo e la ricerca di un rapporto armonico con la natura, in sostituzione di quello predatorio, ma sarà davvero così? Quel che è certo è che molte patologie infettive, dall’Ebola all’Aids, fino al recente Covid-19 possono essere messe in relazione con lo stato di estrema sofferenza in cui versa il pianeta. Lo si spiega bene in un libro estremamente interessante, “La rivolta della natura” pubblicato di recente da La Nave di Teseo. In queste pagine la giornalista scientifica Eliana Liotta e il virologo Massimo Clementi analizzano il legame inscindibile tra la nostra “società del progresso”, figlia di una globalizzazione selvaggia e basata sull’ipercinetismo e sulla movimentazione schizofrenica di persone e merci, all’interno della quale convivono tecnologie sempre più avanzate ed enormi sacche di povertà che coinvolgono miliardi di persone, con lo stato del Pianeta e l’assalto di nuovi agenti patogeni.

Nel libro si associa la pandemia e la minaccia di future epidemie all’impatto dell’uomo sull’ambiente. Qual è il link esattamente?
EL: Attraversiamo l’era geologica detta Antropocene, dal greco anthropos, uomo. Perché questa è l’era in cui siamo noi, con le nostre attività, con il nostro modo di vivere a rimodellare il pianeta. E cosa succede? Per il nostro presunto benessere incendiamo foreste, impoveriamo il suolo, distruggiamo interi ecosistemi. E non c’è da meravigliarsi che la natura torni a rubare la scena. 
Ogni anno perdiamo un’area grande quanto il Belgio di foreste primarie. Le distruggiamo per lasciare spazio ad allevamenti intensivi, a coltivazioni di soia per il bestiame o a piantagioni per olio di palma. Ma quando annientiamo gli habitat naturali, gli animali selvatici restano senza casa e si avvicinano alle zone urbanizzate. Ecco, perturbare gli ecosistemi è come spingere i virus più pericolosi a fare il salto di specie e a passare a noi. E noi siamo sette miliardi e mezzo di persone, viviamo ammassati nelle città, ci spostiamo da un capo all’altro del globo. Quale ospite migliore per un virus che ubbidisce al principio darwiniano di fare più copie possibili di sé?
È ormai ineludibile il concetto: la salute degli esseri umani è legata a quella degli animali e dell’ambiente.

Scrivete che il riscaldamento globale è associato a maggiore diffusione di epidemie. Qualche esempio?
MC: Già nel 2012 uno studio svedese su Science evidenziava come negli ultimi anni si fosse assistito alla trasmissione di malattie tropicali in Europa. La febbre chikungunya è apparsa in Italia nel 2007, la dengue in Francia e Croazia nel 2010, dal 2018 a oggi si contano 1600 ammalati di encefalite virus West Nile in vari stati europei, inclusa l’Italia.
Si stima poi che una delle conseguenze dei cambiamenti climatici sia il proliferare delle zanzare. Dove ci saranno più piogge si formeranno pozzanghere e dove la siccità avrà prosciugato i letti dei fiumi resteranno ristagni d’acqua. Già oggi le zanzare si riproducono a ritmi impressionanti. Ce ne sono di temibili, perché trasportano virus o protozoi, quali quelli della malaria.

Anche l’inquinamento ha pesato sulla diffusione della pandemia?
EL: Dalle prime settimane di Covid-19, gli esperti si sono chiesti se ci fosse una correlazione tra lo smog e la letalità dell’infezione. Guarda caso, le metropoli cinesi e le città lombarde, colpite duramente, sono tra le aree più inquinate del mondo. L’ipotesi è che le polveri sottili danneggino il sistema respiratorio e lo rendano più suscettibile all’infezione e alle sue complicanze. Mentre non ci sono basi scientifiche per ritenere che il virus abbia viaggiato nel particolato o nell’aria.
L’inquinamento e i cambiamenti climatici sono ritenute le minacce più allarmanti per la salute umana.

Nel libro parlate anche di vaccini allo studio per il Coronavirus? Pensa ce ne sarà bisogno?
MC: Non ho la sfera di cristallo. È possibile che ci siano nuovi focolai in autunno ma è anche possibile che l’infezione non torni più e sparisca, com’è accaduto per la SARS. In ogni caso, e in attesa del vaccino che è allo studio, è consigliata a tutti la vaccinazione antinfluenzale in autunno, per evitare che il virus dell’influenza si sommi all’eventuale ritorno del Sars-Cov-2. Altra vaccinazione suggerita agli over 65 è quella contro lo pneumococco, potente patogeno delle vie respiratorie.

Infine, come possiamo far pace con la natura?
EL: Il vantaggio che ci ha regalato l’evoluzione è il cervello: siamo Sapiens. Puntiamo sulla ricerca, sull’igiene, sull’innovazione, sull’alimentazione sostenibile, sull’energia pulita. E combattiamo la diseguaglianza sociale, perché la povertà, la fame e la mancanza di istruzione sono alleati delle epidemie. E poi dieta sostenibile. Non è necessario diventare vegani, si comincerebbe già a ragionare se la popolazione occidentale limitasse il consumo di carne rossa. Si ridurrebbero gli allevamenti intensivi.





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