Nei primi an­ni sessanta San Francisco venne invasa da giovani che avevano imparato a chiamarsi hippy, vestiti di pantaloni a zampa d’ele­fante, occhiali tondi, capelli lunghi, magliette colorate e monili da vecchio capo indiano. Ascoltavano una musica meravigliosa, messa in scena durante concerti pieni di fango, sesso e felicità. Per protestare contro gli scempi urbani avevano l’abitudine di seminare fiori ovunque trovassero un po’ di terra, e quelli che non potevano seminare li tenevano tra i capelli, li regalavano ai poliziotti in assetto di guerra, integrandoli nella loro identità quando chi li voleva insultare cominciò a definirli figli dei fiori.
Quella degli hippy era una cultura nomade, fondata sul ri­fiuto dell’autorità e di ruoli predefiniti, la lotta contro il concetto di proprietà, l’odio per quel lavoro che aveva divorato ogni mo­mento libero dei loro genitori; era un neo-pauperismo ispirato dai cinici greci e da una visione umanizzata di Gesù Cristo, che diventerà famosissima grazie al musical Jesus Christ Superstar. La rivista Time, forse con disprezzo, la definì con un paio di righe che divennero famose: «Fai le tue cose, ovunque devi far­le e ogni volta che vuoi. Ritirati. Lascia la società esattamente come l’hai conosciuta. Lascia tutto. Fai sballare qualsiasi per­sona normale con cui vieni in contatto. Fagli scoprire, se non la droga, almeno la bellezza, l’amore, l’onestà, il divertimento». (…)

Vivendo e leggendo, assimiliamo frammenti di quel­la rivoluzione in maniera spesso inconscia; il nostro mondo ha nascosto il loro contributo in pratiche ormai istituzionalizzate come l’Erasmus, l’Interrail, le case condivise da studenti di en­trambi i sessi, i campeggi e i camper, l’autostop e, se vogliamo arrivare agli anni duemila, possiamo tranquillamente inseri­re la cosiddetta sharing economy, il software libero e gran par­te delle idee alla base del web. Gli hippy hanno veramente cambiato il mondo, viaggiando fino in India senza un soldo in tasca, spostandosi dappertutto grazie all’autostop, nei gloriosi camioncini Volkswagen ricoper­ti di colori, o su case ambulanti che più in là il mercato avrebbe trasformato in camper bianchi e senz’anima. Erano tutti adole­scenti. Non si fidavano di nessuno che avesse più di trentacin­que anni, e quando iniziarono ad averne trentasei o trentasette, ignorarono la cosa con un certo imbarazzo.

Ogni volta che un adolescente, sommerso dagli averi che il mondo lo ha costretto ad acquisire, decide di partire in treno con gli amici, di comprare una tenda con cui perdersi in un bo­sco, di affittare una stanza condivisa in rete o di dormire in un ostello della gioventù tra i canali di Amsterdam, chiedendo­si chi sia e cosa sarà costretto a diventare, bene: se ha modo di farlo senza sembrare un pazzo è proprio grazie agli hippy. Ma è anche vero che se può farlo senza dover lottare contro i genito­ri, senza spezzare alcuna delle strutture che la società odierna gli ha costruito intorno, senza essere disprezzato per i suoi ca­pelli scomposti dalla notte passata in sacco a pelo; se ha potuto farlo strisciando una carta di credito all’ingresso del campeg­gio dove l’acqua calda delle docce costa 50 centesimi, gli stru­menti musicali sono vietati e il volo di un frisbee è visto come una violazione dello spazio aereo; se ha potuto prenotare la sua stanza su Airbnb grazie al conto online del padre e sul letto ri­fatto da poco ha trovato i buoni per la colazione al caffè con­venzionato; se tutto questo è stato possibile a questa maniera, allora qualcosa è andato storto. La proprietà si è infiltrata an­che nel sogno colorato degli hippy, gravandoci del suo peso, rendendo il viaggio un oggetto come un altro da acquistare, di cui si possa avere un preventivo chiaro e per cui si possa chie­dere uno sconto familiare.

Quel qualcosa che è andato storto, sono gli anni ottanta. Vent’anni dopo i primi hippy di San Francisco, un’altra gene­razione di adolescenti decise di sostituire l’Lsd con la cocai­na, i vestiti colorati con un completo grigio che non sfigurasse a Wall Street, il campeggio con una festa in grattacielo, Jimi Hendrix con i Duran Duran, la libertà con la proprietà, i fiori con le armi da fuoco. Si facevano chiamare yuppie, young ur­ban professionals, erano figli del neoliberismo della Thatcher e di Reagan, e anche i fondamenti della loro cultura erano radi­cati in profondità nella tradizione americana: quella statuni­tense è sempre stata una società contraddittoria, e nello stesso campo dove gli hippy avevano potuto disseppellire amore per la libertà e condivisione tra pari, gli yuppie scovarono senza fati­care troppo il culto dell’individualismo, la svalutazione di ogni ideologia in cambio del guadagno personale, il sesso come ma­schilismo e prevaricazione. Per quanto ne so, nessuno di loro ebbe mai problemi con la polizia, non ho trovato traccia di ma­nifestazioni yuppie sedate dalle cariche di qualche reparto an­tisommossa, e anche il loro rapporto con i barbieri del tempo era molto più sereno.

Gli yuppie erano gli adolescenti giusti nel posto giusto, mentre l’economia mondiale iniziava a nutrirsi di numeri più che di lavoro reale, si applicarono con passione al concetto di bolla finanziaria e speculazione. Il tipo di vita che avevano progettato per se stessi aveva poco a che vedere con l’arte di non avere niente. In compenso, nei decenni successi­vi, propinarono al mondo la sua parente più feroce: la miseria. Molti degli uomini più ricchi negli anni duemila iniziarono la loro fortuna in quel periodo, e i frutti più maturi di quella con­trorivoluzione li abbiamo colti nel 2006 con la crisi dei subpri­me, la più grave crisi economica mondiale dal 1929. Uno dei principali promotori di quella cultura è stato Steve Jobs, uo­mo strutturalmente impregnato dalla cultura yuppie, ma este­riormente affascinato da quella hippy; a lui dobbiamo il famoso detto «stay hungry, stay foolish», diventato manifesto di un en­nesimo neoliberismo. (…)

I visionari della proprietà hanno seguito la pista di un flus­so immenso di vagabondi che ricopriva di fiori le metropoli, va­gando per l’Europa in autostop e facendo l’amore per sradicare la violenza dalla società, per poi incanalarli come una mandria dentro strettissimi tunnel chiamati pacchetti viaggio, tour gui­dati, crociere, fine settimana, settimana bianca. Provate a godervi San Pietroburgo con una guida russa, all’interno di un tour confezionato da un’agenzia di viaggio: pretenderanno che visitiate l’Ermitage in poco meno di un’o­ra. A Parigi vi obbligheranno a visitare gli Champs-Élysées su di un grande autobus scoperto, mentre una voce gradevo­le vi ricorderà quanto fossero amati quei viali dai romanzie­ri dell’Ottocento, e i clacson degli automobilisti protesteranno sullo sfondo.

Estratto da “Less is more” di Salvatore La Porta. Per gentile concessione di © Il Saggiatore 2018





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