Abbiamo parlato diffusamente lo scorso anno dello scandalo dei Pfas, a causa del quale solamente in Veneto oltre 350mila persone hanno bevuto per decenni, e continuano a bere, acqua pesantemente contaminata da sostanze tossiche in grado di provocare malattie degenerative del cervello, una lunga serie di tumori, cardiopatie e malattie collegate al diabete, solo per citare alcune delle moltissime patologie messe in relazione con l’accumulo di questi veleni all’interno del corpo umano nel corso di molteplici studi.

L’inquinamento da Pfas, sostanze vietate negli stati Uniti dal 2001 a causa della loro tossicità per l’ambiente e gli esseri viventi e considerate dalla Commissione europea interferenti endocrini dal 2009 non riguarda solamente il Veneto (che comunque risulta essere la più vasta zona oggetto di contaminazione), ma anche la provincia di Alessandria, quella di Pisa, i bacini dei fiumi Lambro e Olona in Lombardia, il distretto tessile di Prato e il Polo conciario campano.

Finalmente nello scorso mese di marzo al tribunale di Vicenza si è aperto, dopo otto anni di denunce e un anno e mezzo di udienze preliminari, quello che può essere considerato il più grande processo per crimini ambientali italiano.
Sul banco degli imputati la Miteni e le varie società che dal 1966 ne hanno guidato la gestione e pur essendo state a conoscenza fin dall’inizio del problema concernente la contaminazione delle acque di scarico, così come appurato dai carabinieri, hanno evitato con ogni mezzo di rendere pubblico quanto stesse accadendo.
Stiamo parlando di 15 responsabili civili, dieci dirigenti stranieri e cinque italiani, accusati di avvelenamento delle acque, disastro ambientale e bancarotta fraudolenta. Si tratta dei dirigenti delle diverse società che a partire dal 2002 hanno prodotto sostanze chimiche all’interno del polo industriale di Trissino in provincia di Vicenza e di quelli della società che ha gestito il fallimento della Miteni nel 2018. Dalla parte dell’accusa si sono costituiti come parti civili oltre 230 soggetti, fra i quali 150 singole famiglie e due ministeri rappresentati dall’avvocatura di Stato, il Ministero dell’Ambiente e quello della Salute che chiedono la bonifica del sito inquinato e il risarcimento delle spese sanitarie conseguenti alla contaminazione in oggetto.

Il prossimo 13 aprile ci sarà la conferma del rinvio a giudizio per gli imputati e dovrebbe avere inizio la fase dibattimentale, durante la quale le difese saranno chiamate a rispondere dei reati imputati. Le varie associazioni di cittadini stanno al contempo organizzando una grande manifestazione per la fine del mese di aprile, con lo scopo di aggiornare la popolazione sulla situazione processuale e sensibilizzarla riguardo alla gravità del problema.

Nonostante da due anni sia stato infatti aperto un tavolo tecnico regionale, con lo scopo di portare avanti un progetto di bonifica del sito e della falda, concretamente non è ancora stato fatto nulla e la contaminazione delle acque continua a mettere a repentaglio la salute della popolazione e con tutta probabilità continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

La speranza è quella che non si ripeta il caso di Spinetta Marengo, nell’alessandrino, dove dopo un processo durato 10 anni contro l’azienda chimica Solvay, accusata di avere prodotto veleni che hanno inquinato oltre 1150 metri cubi di terreno nel raggio di tre chilometri dal polo chimico, delle 38 persone indagate solamente 3 sono state ritenute colpevoli, oltretutto esclusivamente di disastro ambientale colposo, un reato con pene meno gravose rispetto a quello di avvelenamento doloso richiesto dall’accusa. Tutto ciò nonostante in tribunale, nel 2013, l’epidemiologo dell’Arpa Ennio Cadum avesse dimostrato come il cromo esavalente e altri 20 veleni rilasciati nelle acque di Spinetta avessero provocato un incremento dell’80% del numero dei tumori in un’area di 3 chilometri intorno allo stabilimento.

Il processo che si sta aprendo al tribunale di Vicenza rappresenta insomma sicuramente una buona notizia, ma la strada per ottenere giustizia e risolvere il problema rischia di manifestarsi purtroppo ancora lunga e tortuosa, pur nella speranza che risulti esserlo il meno possibile.





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