Con il loro sound contaminato tra roots reggae, dance hall e hip hop la Shakalab family è arrivata lontano. Con tre dischi in curriculum, più di un concerto oltre i confini italiani alle spalle e un featuring con la star giamaicana Assassin aka Agent Sasco, contenuto nel loro ultimo disco “Non facciamo musica”, il collettivo, nato in Sicilia otto anni fa dall’unione di Jahmento, Lorrè, BR1 e Marcolizzo, è sicuramente uno dei fiori all’occhiello del reggae italiano. In costante equilibrio tra impegno e intrattenimento, gli Shakalab, usciti di recente con il nuovo singolo “A prima vista” ft. Davide Shorty, stanno per festeggiare anche l’arrivo di una linea di cannabis light a loro nome. Abbiamo scambiato qualche battuta con Lorrè, ecco cosa ci ha raccontato.

Dopo tanti anni, come sono le dinamiche nella family?
Siamo sempre insieme, soprattutto in tour, quindi passiamo da picchi di amore totale all’odio, ma con la consapevolezza che anche quando litighi lo fai con un fratello e poi torna tutto come prima. A livello artistico ormai c’è un livello di affiatamento micidiale. Due di noi sono gemelli, quindi hanno un rapporto quasi telepatico. Poi ci sono io, che per certe cose sono timido, ma nei live faccio uscire il lato buffone. Jahmento, invece, è il più grande e viene da un ambiente reggae più tradizionale. Credo che sia stato un grosso esercizio riuscire a fare diventare anche un gioco quella che era una cosa molto seria e spirituale per lui. Il reggae, però, è black music e musica di intrattenimento, quindi accanto ai temi seri ci deve essere anche della festa nuda e cruda.

Il titolo “Non facciamo musica” allude alla vostra natura libera e eterogenea?
È un titolo ironico, perché per questo disco non ci siamo posti alcun limite. Non volevamo pensare di fare un disco più reggae o dance hall, ma solo di fare musica, come ci viene, senza nessun tipo di pregiudizio, basta che ci piaccia.

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È il Sicilian Mood che avete portato in giro per l’Italia e l’Europa.
Sì, è il nostro punto di forza, perché in tutto il mondo ci sono siciliani. È impressionante, la prima volta che siamo andati a suonare a Berlino o a Londra, pensavamo di vedere otto persone sotto il palco, invece abbiamo fatto sold out per due anni di fila. Alla fine ci siamo resi conto che il nostro pubblico è quasi più unito dalla provenienza, che dal reggae o dall’hip hop, è la nostra peculiarità. A Londra sembrava una festa terrona, gente che non si conosceva che si abbracciava, le bandiere della Sicilia, tutti che cantavano in siciliano. La nostra terra ha mille pregi e mille problemi e sono questi che ci fanno sentire uniti.

Ne avete sempre parlato apertamente nei vostri testi. La cosa vi ha mai ostacolati?
Questo è un periodo molto particolare e quando uno parla in maniera molto schietta ci sarà sempre qualcuno che storce il naso. Più di una volta ci sono arrivate telefonate del tipo: «Ragazzi, so che venite qui in piazza a suonare, sono l’assessore allo spettacolo, se è possibile non fate il pezzo contro la mafia o il pezzo a favore dei migranti». Ma, ci state chiamando a suonare, sapete benissimo quello che facciamo. È la nostra musica e facciamo quello che dobbiamo fare, non possiamo togliere dei pezzi perché a qualcuno stanno scomodi. La musica reggae è nata come musica popolare giamaicana, è ciò che più avvicina il popolo alle notizie, quindi, ok, torni a casa col sorriso, però hai anche ascoltato temi forti. È una cosa da cui non si può prescindere, ma, attenzione, noi non vogliamo fare politica, solo parlare di attualità.

Sì, ma che effetto vi fa la Lega che avanza in Sicilia?
È allucinante, eppure è la realtà. Ci dicono che siamo pagati dal Pd, perché abbiamo fatto un pezzo in cui cerchiamo di ragionare sul fenomeno dei migranti. Ma in quest’isola in mezzo al Mediterraneo, c’è sempre stata qualche dominazione, perché è un punto strategico, la prima terra che vedi arrivando dall’Africa. Io in questo momento sono davanti al mare a Mazara del Vallo e vedo la Tunisia, potrei quasi andarci a nuoto, parliamo quasi la stessa lingua, visto che noi per salutare diciamo assabinidica e loro Salam-Aleikum. Come posso pensare che chi sta venendo da lì mi stia invadendo? La cultura siciliana è una contaminazione continua e per noi rappresenta una ricchezza. Per la gente, però, il problema non è il mafioso che ti viene a chiedere il pizzo o l’assessore che ti chiede la mazzetta, no, il problema è il ragazzo africano. Parlo a nome di tutta la band, ci prendiamo le nostre responsabilità, perché per noi è troppo importante quest’argomento, non possiamo fare finta di niente.

A proposito di temi importanti, cosa dobbiamo fare con questa politica che si ostina a demonizzare l’erba?
La loro è ipocrisia. Quando è scoppiato lo scandalo Berlusconi, sarebbe stato il momento ideale per parlare seriamente di legalizzare prostituzione e droghe, in totale coerenza con quello che fanno loro. La stessa cosa oggi, il discorso sta diventando molto retorico, si parla di andare a trovare i soldi per il debito e come li fai? Tagli le spese. No, liberalizza le droghe leggere e la prostituzione e vedi come entrano i soldi! Da parte nostra, possiamo solo parlarne il più possibile e cercare di svegliare qualche coscienza.

Intanto si sperimenta con la cannabis light.
È un passo avanti, ma non esiste che non la si possa fumare, che sia solo da collezione, è la solita presa in giro all’italiana. Io da anni non fumo il THC mi dava ansia e con il CBD mi sto trovando bene, potrebbe essere una soluzione per tanti. La speranza ora è che non la proibiscano, chi ha iniziato un’attività nel campo si troverebbe in seria difficoltà.

A breve uscirà anche quella a nome Shakalab.
È un progetto che stiamo facendo con un’azienda siciliana che si chiama Capanapa e sono di Giarre. La cosa bella è che è di un ragazzo giovanissimo, che ha creato una bella realtà tutta siciliana, con un sacco di dipendenti e di linee. La nostra si chiamerà Shakalight e dovrebbe arrivare davvero a brevissimo.

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