Secondo un rapporto ISPRA, ogni anno sparisce sotto cemento e asfalto lo 0,24% della superficie verde del nostro paese: più di due metri quadri al secondo, una percentuale folle. La cementificazione infatti avanza senza sosta, senza la giustificazione della crescita demografica, che come sappiamo e non diversamente da ciò che accade nel resto dell’Occidente, è nulla quando non negativa: oggi in Italia ogni cittadino ha in “carico” circa 400 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali. Un’enormità, eppure sotto i nostri occhi continuiamo ad assistere inermi al progressivo consumarsi di questa risorsa ambientale essenziale: il suolo. Ma cos’è il suolo e quali sono le sue funzioni che lo rendono così importante? Cerchiamo di capirlo insieme.

Sul sito Arpa Piemonte, collegato all’SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) troviamo la seguente definizione: «Il suolo è lo strato superiore della crosta terrestre costituito da componenti minerali, materia organica, acqua, aria e organismi viventi. Rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera». Proprio perché in esso vengono immagazzinate e trasformate molte sostanze, tra cui quelle per noi essenziali quali l’acqua, il carbonio ed i nutrienti, il suolo riveste un’importanza socio-economica senza eguali, che va tutelata.

Non bisogna inoltre dimenticare che i tempi di formazione del suolo come risorsa sono estremamente lunghi, per questo va considerata limitata e non rinnovabile. Nonostante sia estremamente resiliente, è purtroppo fin troppo facile arrecare dei danni gravi o irreversibili al patrimonio che si trova sotto i nostri piedi, facendogli perdere le sue naturali funzioni. Tra queste, quelle che sicuramente ci interessano maggiormente, possono essere considerate la produzione di cibo, di materie prime e di biomassa. Nondimeno tutte le funzioni ecologiche legate al suolo svaniscono nel momento in cui questo viene distrutto.

Oggi in Italia ogni cittadino ha in “carico” circa 400 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali

Negli ultimi sei anni, secondo le prime stime, l’Italia, per fare spazio a strutture e infrastrutture urbane e industriali ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori. I dati ci dicono che «tra il 2017 e 2018 il consumo di suolo ha riguardato 51 chilometri quadrati, con una media di 14 ettari al giorno (un’estensione di circa 19 campi da calcio coperta da superfici artificiali al giorno)». Una quantità consistente.

Nell’ultimo anno sono stati rilevati i maggiori cambiamenti in determinate aree del Paese, ovvero «nelle aree di pianura del Nord, nell’alta Toscana, nell’area metropolitana di Roma e nel basso Lazio, in Abruzzo, lungo le coste romagnole, abruzzesi, della bassa Campania e nel Salento». Le maggiori mutazioni sono state registrate «soprattutto lungo la fascia costiera, nelle aree periurbane a media e bassa densità, nelle pianure e nei fondivalle». Più le aree sono compromesse, maggiore è il consumo del suolo (quasi 10 volte maggiore rispetto a quelle non consumate). Per questo motivo, nelle città più densamente popolate si può arrivare a perdere 24 metri quadri per ogni ettaro di area verde in un singolo anno. È possibile intervenire con azioni di ripristino? L’Arpa ci dice che «la velocità del consumo di suolo pur essendo in leggera flessione rispetto all’anno scorso è ancora molto lontano dagli obiettivi comunitari di azzeramento del consumo di suolo netto, che dovrebbe portarla agli stessi livelli della velocità di ripristino, che attualmente si attesta a 0,77 ettari al giorno».

Tutto ciò ha naturalmente degli impatti materiali sul territorio che ci circonda. Nello specifico il consumo di suolo in città ha un forte legame con l’aumento delle temperature e la frequenza del fenomeno delle isole di calore: «sono state misurate le temperature medie e confrontate quelle delle aree urbane con quelle riferite al territorio naturale e seminaturale. L’analisi del fenomeno, anche noto come isola di calore urbano, ha evidenziato le temperature maggiori nei tessuti urbani compatti rispetto alle aree rurali, con differenze di 1-2°C (con picchi di 4-5°C in alcune regioni). Inoltre è stato messo in risalto il ruolo di mitigazione delle temperature delle coperture arboree all’interno delle aree urbane, con contributi di 3-4°C in meno in presenza di verde alberato con significativi benefici per la saluta umana e risparmi per i consumi energetici».

Nel complesso, nonostante i danni fatti sinora, si può rilevare come la rinnovata sensibilità per l’ambiente e il pianeta che abitiamo stiano indirizzando gli sforzi per evitare che la situazione peggiori e per cercare di intervenire in tempo: è dietro l’angolo il 2020, quando ogni Paese dell’Unione europea dovrebbe attuare politiche in grado di ridurre in modo significativo il consumo di suolo, per raggiungere l’obiettivo di azzerarlo entro il 2050. Allora, per evitare di ritrovarci tutti senza la terra sotto i piedi, manteniamo alta l’attenzione affinché i governi si impegnino a fare il dovuto per tutelare, anche attraverso la salvaguardia del suolo, la qualità di vita sul pianeta.





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