Ovunque la sua immagine appare la gente ormai impazzisce. Come fosse un calciatore o un cantante famoso la cannabis è diventata improvvisamente una star planetaria. Al giorno d’oggi sembra non esistere alcun paese che non sia in qualche modo interessato dai nuovi fenomeni economici, legislativi, medici o più banalmente di costume, legati a quella caratteristica foglia appuntita, fino a ieri icona di trasgressione e contro-cultura ed oggi improvvisamente mainstream.

Riavvolgere il nastro di quanto accaduto negli ultimi cinque anni può provocare un senso di vertigine. Era la primavera del 2013 quando il coraggioso Pepe Mujica, anziano presidente guerrigliero dell’Uruguay, tracciò una nuova via firmando la prima legge al mondo che legalizzava coltivazione, vendita e consumo di cannabis, senza preoccuparsi delle minacciose reazioni dell’Onu. Oggi la legalizzazione è diventata realtà in dieci stati Usa e in Canada; in Giamaica e Sud Africa coltivare cannabis a scopo personale non è più un reato e ormai non si contano più gli stati, dallo Zimbabwe fino alla Colombia, passando per mezza Europa, nei quali è diventato legale e sempre più frequente curare molteplici patologie e malattie con quella che fino a poco tempo fa era considerata solo una droga. Contemporaneamente nascono ovunque progetti e aziende coraggiose che si adoperano per migliorare il pianeta con i mille usi tessili, ambientali e industriali della canapa.

I progressi legislativi non sono però sufficienti a restituire il quadro della mania per la cannabis che sta travolgendo il mondo. Una visita immaginaria tra i banchi di un canapaio di uno degli stati Usa dove questa è legale forse può rendere meglio l’idea. Nella California del 2018 basta avere compiuto 21 anni di età per poter acquistare liberamente cerotti che rilasciano THC in modo continuato e controllato nell’organismo, creme alla cannabis da spalmare sul collo prima di dormire per combattere l’insonnia, ovuli vaginali studiati per lenire i dolori mestruali, lubrificanti psicotropi che promettono ondate di orgasmi multipli alle signore e addirittura supposte che assicurano esperienze psicoattive mai provate prima, visto che con questa modalità di assunzione si bypassa il filtro del fegato che con la normale inalazione intrappola e rende inefficace il 75% dei principi attivi cannabici. A questi prodotti va aggiunta una lista ormai infinita di birre, bevande, dolcetti, caramelle, cioccolate, torte e quant’altro potenziate con concentrazioni più o meno elevate di THC. E per chi non abbia voglia di uscire di casa può bastare utilizzare l’apposita applicazione del telefonino e attendere che un fattorino suoni alla porta per consegnare il prodotto alla cannabis prescelto. Visto dall’Europa tutto ciò può fare anche sorridere, praticamente il sogno ultrapotenziato dell’americano medio: cibo spazzatura capace di incollarlo ancora meglio al divano, in attesa della quarta partita consecutiva di football alla tivù. Lo stesso ipotetico americano medio, durante la pubblicità, mentre le sue dita si muoveranno per controllare gli ultimi contenuti pubblicati su Instagram, potrà imbattersi in qualche star del pop tipo Rihanna che si mostra in posa sexy mentre tiene un joint tra le labbra o nell’inserzione sponsorizzata con la quale la Nike lo invoglia a comprare il suo ultimo modello di scarpe decorate con le verdi foglie di marijuana. Tuttavia sarebbe sbagliato categorizzare il tutto nella solita categoria delle americanate.

Le cronache ci raccontano anche di decine di aziende sempre più specializzate ed economicamente strutturate che studiano nuovi prodotti medici a base di cannabis, potenzialmente in grado di apportare enormi benefici a tanti cittadini comuni, di decine di migliaia di posti di lavoro creati, di carceri finalmente non più piene di migliaia di consumatori e di stati come il Colorado che con i proventi della tassazione della cannabis legale hanno avviato progetti per dare una casa popolare a tutti i senzatetto. Secondo le ricerche di mercato, a normalizzazione avvenuta, il 10% della popolazione mondiale sarà orientato all’utilizzo di cannabis a scopi ricreativi o terapeutici. Anche calcolando solo gli adulti si potrebbe stimare un potenziale di 500 milioni di consumatori: con un grammo quotidiano al prezzo tassato di 10 euro farebbero 50 miliardi al giorno. Ovvero diciottomila miliardi l’anno, cifra leggermente superiore al Pil dell’intera Unione Europea. Anche inserendo cifre più prudenti si tratta evidentemente di una torta che fa venire l’acquolina in bocca a molti. L’industria della cannabis legale nel mondo sta triplicando le sue dimensioni ogni anno, un tasso di crescita record ottenuto nonostante il suo status legale ancora controverso, che anche negli Usa ha fino ad oggi spinto banche e grandi multinazionali a tenersi alla larga dal cannabusiness o quantomeno ad interessarsene con molta prudenza, attraverso sponsorizzazioni e investimenti verso società terze, come fatto recentemente dalla Microsoft e da altre corporation. A causa di questi fattori il mercato della cannabis si è basato fino ad oggi su una moltitudine di piccoli operatori di dimensioni artigiane o poco più, ma non durerà ancora per molto.

In Canada poche settimane fa l’azienda leader della marijuana terapeutica Aurora Cannabis ha rilevato la concorrente MedReleaf per una cifra totale di 2,93 miliardi di euro, è nato così un colosso capace di produrre 570mila chilogrammi di cannabis l’anno. In Israele, invece, le università hanno ricevuto cospicui investimenti privati (anche dal colosso del tabacco Philip Morris) per la ricerca su genetiche e vaporizzatori utili per la cura di patologie specifiche. Mentre sul web si possono già effettuare transazioni in PotCoin, una criptovaluta pensata appositamente per il mercato della cannabis che può annoverare tra i propri investitori l’ex stella del basket americano Dennis Rodman. Indizi differenti utili a comprendere come i player del mercato mondiale stiano iniziando a sgomitare per non farsi cogliere in posizione sfavorevole ai blocchi di partenza della nuova corsa all’oro verde.

Negli stati dove la cannabis non è ancora legale, e presumibilmente non lo sarà ancora per diverso tempo, come l’Italia, le cose sono comunque tutt’altro che ferme. La foglia di cannabis è sempre più popolare anche sulla nostra penisola. Gli eventi del settore si moltiplicano mentre giornalisti, studiosi e musicisti anche insospettabili vengono allo scoperto parlando della necessità della sua legalizzazione. In attesa che accada sul serio il mercato della canapa sta rifiorendo. Siamo ancora lontani dalla gloria dei primi decenni del secolo scorso, quando la pianta cresceva rigogliosa nelle campagne e il nostro paese ne era il maggior produttore mondiale dopo la Russia. Ma dopo lunghi decenni dli buio oscurantista si intravede una luce. Secondo uno studio presentato dalla Coldiretti nel giro di cinque anni siamo passati dai circa 400 ettari coltivati a canapa del 2013 agli oltre 4.000 seminati quest’anno. Centinaia di aziende agricole sono nate nell’ultimo anno, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Sicilia, passando per Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli, Sardegna e Calabria. Ugualmente impressionante è stata la moltiplicazione vissuta dai negozi al dettaglio dedicati alla canapa ed ai suoi derivati. Canapai e growshop erano appena un centinaio nel 2005, circa 250 nel 2015, poco più di 300 nel 2016 e oltre 400 nel 2017. Anche in Italia il settore della canapa legale è rapidamente passato in pochi anni dall’essere caratterizzato da piccole realtà pionieristiche, sicuramente ricche di entusiasmo ma spesso basate sull’improvvisazione, a realtà professionali altamente specializzate, con magazzini, dipendenti e sistemi di logistica complessi per gestire il tutto.

La crescita esponenziale dell’ultimo anno è senza dubbio dovuta principalmente al grande successo commerciale della “cannabis light”. Un fenomeno importante per la normalizzazione della canapa nell’immaginario comune e già rilevante dal punto di vista economico, visto che una ricerca curata da un ricercatore italiano dell’Università della Sorbona ha stimato che, a regime, potrebbe valere un fatturato annuo di 44 milioni di euro, garantendo 960 posti di lavoro stabili e 6 milioni l’anno di entrate fiscali per lo stato. Quello della cannabis light è un fenomeno al quale troppo spesso si guarda con diffidenza o peggio con astio. Ne abbiamo parlato spesso in questi mesi sulle colonne della nostra rivista, denunciando la tendenza di un certo mondo dell’antiproibizionismo a demonizzarla come se fosse una presa in giro planetaria. Certo non è l’obiettivo finale, ma il solo fatto che nelle ultime settimane sia finita sotto attacco, rispettivamente, di Carlo Giovanardi, della comunità di San Patrignano e di diverse organizzazione politiche di estrema destra, dovrebbe essere sufficiente per capire come stia contribuendo ad assestare ulteriori colpi di piccone all’ormai traballante muro del proibizionismo. La politica potrà osteggiarla ancora per un po’, ma di fronte ai cambiamenti di una società sempre meno disposta a credere alle sue favole presto o tardi dovrà arrendersi.

Tutto questo entusiasmo globale nasconde come sempre alcune insidie. Per i grandi attori della finanza mondiale la legalizzazione è la nuova gallina dalle uova d’oro. Per questo sarà probabilmente inevitabile la perdita di parte dell’anima contro-culturale e alternativa che si è stati soliti attribuire per decenni alla canapa. Senza un governo etico della legalizzazione si rischia che anche la produzione di cannabis possa generare i difetti classici delle produzioni di massa in mano al mercato. Ad esempio, in natura la canapa è la pianta amica dell’ambiente per eccellenza, cresce senza necessitare di alcun tipo di prodotto chimico e ha bisogno di poca acqua se comparata al cotone e ad altre piante da fibra; tuttavia la ricerca ossessiva della massimizzazione della resa rischia di trasformarla in un mostro energivoro. Si stima che nelle colture indoor più intensive diffuse negli Usa per la produzione di una singola sigaretta di cannabis terapeutica si emetta un chilogrammo di CO2. I fautori del mercato affermano che grazie alla legalizzazione si svilupperanno al più presto sistemi più efficienti per la produzione, abbattendo l’impatto ambientale, tuttavia sarebbe bene fosse anche la politica ad occuparsene per far sì che la canapa mantenga le caratteristiche di materia prima pulita e amica dell’ambiente. Allo stesso modo l’inevitabile concentrazione del potere economico del mercato cannabico nelle mani di un ristretto numero di grandi aziende del settore potrebbe portare alla nascita di lobbies che mirano a proteggere i propri interessi, andando a colpire il diritto all’autoproduzione. Una manovra che già è parzialmente riuscita in Colorado, dove il numero di piante coltivabili allo scopo di consumo personale è stato ridotto, e in Canada, dove l’ultima versione della legge sulla legalizzazione votata al Senato permette alle singole province di vietare l’autoproduzione sul loro territorio. Si tratta di diritti essenziali sul rispetto dei quali sarà importante vigilare attentamente.

Altri piccoli problemi saranno forse impossibili da evitare. Se la cannabis diventa una star è impensabile che non sia avvicinata anche da finti amici poco raccomandabili guidati solo dalla ricerca del tornaconto personale. Tra tante persone realmente interessate ad entrare nel mercato è ovvio che si annidino anche dei furbi. Anche in Italia ne abbiamo avute le prime avvisaglie. Da chi propone sementi a prezzi esorbitanti promettendo rese irrealistiche, a marchi mai sentiti nominare che da un giorno all’altro provano ad accreditarsi come esperti del settore o a proporre servizi in franchising. Niente di nuovo, il mondo è pieno di gente alla costante ricerca di soldi facili, la novità è solo che certi tipi di soggetti saranno inevitabilmente sempre più frequenti anche nel mondo della canapa. Come in tutti i settori servirà prestare una crescente attenzione per individuare quelle realtà di cui è meglio diffidare. In fondo anche questo fa parte del processo di “normalizzazione”.





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