Negli ultimi tempi qualcuno ha iniziato a parlare di “semidry” riferendosi a una qualità, non tra le migliori, di hashish. Probabilmente il termine è stato coniato da chi conosce poco le tecniche di lavorazione della resina, ma si è diffuso rapidamente tra Italia e Spagna tanto da suscitare in tutti i fumatori un’unica domanda: che vuol dire semidry?

Se lo sono chiesti anche i ragazzi dell’associazione cannabica La Kalada quando di fronte all’ennesimo socio che nominava il semidry, il presidente Jahkirevi, ha deciso di indossare una t-shirt con scritto proprio: cazzo è il semidry?

Il prefisso semi lascia intendere che è dry solo per metà e quindi l’altra metà dovrebbe essere qualcos’altro, ma così non è.

Chiacchierando con Jahkirevi abbiamo fatto chiarezza su cosa sia effettivamente questo prodotto e perché è sbagliatissimo chiamarlo semidry.

Facciamo un passo indietro, come molti sanno la grande maggioranza dell’hashish che fumiamo in Europa viene prodotta in Marocco. Molti hashishin marocchini, sotto l’influenza degli europei, hanno cambiato negli anni la loro tecnica passando dal filtrare la resina in una sola grande maglia all’utilizzare diversi screen con differenti micron. Inoltre la classica lavorazione a caldo, battendo con forza la resina e quindi inducendo calore e pressione, è stata sostituita spesso con una lavorazione a freddo, cosa che ha cambiato totalmente la texture del prodotto commercializzato. Ma cioè che ha permesso che la qualità dell’hashish migliorasse notevolmente non è soltanto l’utilizzo di tecniche di estrazione diverse bensì la maniera di coltivare e seccare le piante da utilizzare e non per ultima la scelta dei semi. Così l’unione della scuola europea di hashishin con la tradizione marocchina ha cambiato in poco tempo la qualità e l’aspetto dell’hash, esaltandone caratteristiche organolettiche che prima venivano penalizzate, come il terpene o la texture. Questo almeno finché il coronavirus non ha bloccato la mobilità e di conseguenza i trasporti da e per il Marocco. Credo che ogni fumatore d’Europa si sia accorto che l’hash era quasi introvabile, con le relative e prevedibili conseguenze economiche che ciò ha comportato.

Non potendo raggiungere il Marocco, gli hashishin europei non hanno seguito i lavori dalla semina al raccolto, parte fondamentale per una buona estrazione, né hanno potuto lavorare le polveri una volta battute. I marocchini che hanno una tradizione lunga secoli, da soli, sono tornati a lavorare come avevano sempre fatto, dando più spazio alla quantità a discapito della qualità, continuando però comunque a utilizzare i nuovi strumenti e le nuove tecniche apprese dagli europei.

Da piante coltivate come una volta, magari da semi di seconda generazione (trovati nelle piante dell’anno precedente), seccate al sole (deteriora i tricomi) e battute a lungo (più batti più parte vegetale passa) viene fuori una qualità bassa di hash che però, grazie alle nuove tecniche, ha delle caratteristiche diverse rispetto al solito “commerciale” a cui eravamo abituati. Il cambio di tecnica gli conferisce una texture più morbida e un aspetto migliore. È sempre un dry perché la resina viene separata dalla parte vegetale a secco, ma rispetto alle qualità migliori pecca in odore, sapore ed effetto.

Questo cambio ha portato all’invenzione da parte forse di chi lo distribuiva, del termine semidry al posto di “commerciale”, un po’ per ingannare o confondere i consumatori.

Ci troviamo dunque davanti a un prodotto ben etichettato, chiamato con un nome che non significa nulla, e che in pratica non è altro che dry di bassa qualità.

Hilde Cinnamon
Grower residente a Barcellona. Ha un cultivo, un’as- sociazione cannabica e una selezione di genetiche più che rispettabile. Instagram: @hilde.cinnamon





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