2015-02-25 04.18.25 pmA volte inquietanti, a volte al limite del ridicolo, quasi sempre grotteschi: sono sempre più frequenti i provvedimenti adottati dai sindaci nel maldestro tentativo di arginare dei fenomeni, ormai fuori da ogni controllo, che pure sarebbero già contemplati e regolamentati dalle vigenti leggi dello Stato, se solo queste venissero applicate. Accade così che questi novelli “rais” di periferia – dotati, per volontà del governo centrale, di poteri sempre più ampi e discrezionali – in preda di una sorta di delirio di onnipotenza, si sentano quasi in dovere di dare sfogo a ogni loro fantasia nell’inventare nuove (presunte) soluzioni a vecchi (e ben conosciuti) problemi, attraverso l’emanazione di tante piccole “leggine” in miniatura (tecnicamente, in genere, si tratta di “ordinanze”), vigenti esclusivamente all’interno dei confini del proprio territorio di competenza.

Così, basta una rapida panoramica del Belpaese per tracciare un quadro che riporta alla mente i racconti di fantascienza del miglior Bradbury. Invece è tutto vero e sta accadendo sotto i nostri occhi: il sindaco di Novara, per contrastare la “situazione di degrado dell’ambiente urbano”, impedisce, se si è in più di due persone, di “stazionare” in parchi e giardini dopo le 11 di sera. Per le stesse motivazioni, sarà sempre più difficile sostare, nelle ore meno afose della giornata, sulle panchine di viali e parchi pubblici vogheresi, con buona pace di tutti quegli anziani per cui questa era diventata ormai una tradizione. A Verona non è consentito il consumo di alcolici sul suolo pubblico (divieto, questo, in vigore anche a Brescia), è vietato fumare nei parchi giochi all’aperto e si viene sanzionati se ci si ferma per strada anche solo a parlare con una prostituta.

L’elenco potrebbe essere molto più lungo e articolato, ma tanto basta a rendere l’idea. Non possiamo, però, fare a meno di citare le nuove misure adottate nella Capitale, anche per la valenza simbolica che questa riveste: a Roma, infatti, è proibito riunirsi in capannelli e mangiare, consumare bevande e schiamazzare, ma solo per le strade del centro. La repressione di questi atti, si tiene a sottolineare, sarà soggetta a “buon senso”. Ed è proprio questo il punto: chi amministra il buon senso? In base a quali criteri può decidere se applicare o disapplicare una norma di legge? È evidente come, inevitabilmente, misure come queste finiscano col dare un enorme potere di discrezionalità non solo ai sindaci, ma anche al singolo vigile urbano che si troverà, di volta in volta, nelle condizioni di decidere, in maniera del tutto arbitraria chi punire e chi “graziare”, in barba al principio della “certezza del diritto”.

Ma non è tutto. Se infatti si può riconoscere da parte dei sindaci, perlomeno in qualche caso, una buona fede di fondo, seppure accompagnata da una palese inadeguatezza, ciò risulta più difficile se si tenta di dare una valutazione in questo senso a quanto sta accadendo su scala nazionale, con un Governo che, da una parte, prevede addirittura un Ministero per la Semplificazione e, dall’altra, delega a ciascun Primo Cittadino d’Italia la gestione di fenomeni che non possono di certo essere risolti in chiave localistica.

Inutile, poi, sottolineare ancora una volta come provvedimenti di stampo proibizionistico come questi non fanno altro che mettere in evidenza tutta l’impotenza di chi, non riuscendo materialmente a impedire qualcosa a qualcuno, cerca di vietare tutto a tutti (senza tenere conto, peraltro, dei mezzi di cui effettivamente dispone). Il risultato che ne deriva – oltre a una vertiginosa perdita di autorevolezza da parte dello Stato – è quello di generare una diffusa indeterminatezza rispetto alla normativa vigente, alimentando in ogni cittadino la progressiva sconoscenza della legge (che invece, per definizione, non ammette ignoranza) e mettendo chiunque in una situazione di perenne “illegalità non (ancora) manifesta” – fintanto, s’intende, che un agente particolarmente zelante non decida di intervenire. Questo perché, pur trovandosi all’interno del territorio nazionale, diventa, di fatto, materialmente impossibile sapere quali regole siano in vigore, in quel dato momento, non soltanto nel paesino accanto, così come nella città più lontana, ma addirittura nel proprio luogo di residenza.

Non deve quindi trarre in inganno l’apparente innocuità di quanto sta accadendo: nonostante possano sembrare inoffensivi (perché «tanto non verranno mai applicati»), questi provvedimenti erodono dall’interno i principi stessi su cui si fonda uno stato di diritto, trasformando in tal modo i cittadini in sudditi. Insomma, se non interverrà al più presto una drastica inversione di tendenza, il rischio è quello di generare un enorme “corto circuito” a cui potrà seguire soltanto il caos. E nel caos, si sa, vige sempre la legge del più forte.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it

 





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