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Alla fine, ci siamo arrivati. Non ci voleva certo la sfera di cristallo per prevederlo, ma constatare che si sono superati i 365 giorni di applicazione della legge 49/2006 fa comunque un certo effetto. Nonostante i commenti scandalizzati che hanno fatto seguito alla sua approvazione e gli insistenti richiami durante la campagna elettorale, quegli stessi esponenti dei partiti di centrosinistra che ora stanno al governo hanno dimostrato tutta la loro impotenza e incapacità, oltre a una dose di (per molti) inaspettato cinismo, accettando passivamente di tenere in vigore una delle leggi peggiori tra quelle approvate nella storia della nostra Repubblica.

Così, oltre a essere costretti a confrontarci ogni giorno con i danni prodotti da questo ottuso moralismo proibizionista (voluto dalla destra e perpetrato dalla sinistra, con la benedizione di tutto il centro), dobbiamo pure assistere all’incredulo risveglio di un letargico Ministro dell’Interno, che un bel giorno – con sua somma meraviglia – scopre che il Paese è coperto da una bianca coltre di neve. E se ne scandalizza, per giunta, proprio alla presenza di quella stessa Rosa Russo Jervolino alla quale si deve la primogenitura della legge 309/90, primo atto della war-on-drugs all’italiana.

Ragionevolezza e senso di responsabilità vorrebbero che il primo atto di un governo che si rende conto di una tale situazione di emergenza (sanitaria, carceraria, di ordine pubblico), diffusa su tutto il territorio nazionale, fosse quello di intervenire – con gli strumenti più idonei, primo fra tutti il decreto legge – al fine di rispondere con provvedimenti adeguati a sostenere una rapida quanto efficace inversione di tendenza.

E invece no. Stando ai dati forniti dal Viminale, a fronte di un massiccio incremento delle operazioni finalizzate alla repressione del consumo (in primo luogo dei derivati della cannabis), non si riscontra un’altrettanto imponente profusione di forze e di risorse per contrastare il diffondersi di sostanze “pesanti” come la cocaina. In altre parole, si sceglie sistematicamente di impiegare i pur insufficienti mezzi a disposizione per perseguire quella parte di consumatori perlopiù in età adolescenziale (sono più di mille i minorenni denunciati nel 2006), piuttosto che tentare di contrastare la criminalità organizzata che, nel frattempo, approfitta delle favorevoli condizioni di mercato per imporre sostanze sempre più pericolose e sempre più adulterate, che mai prima d’ora sono state così poco costose e facilmente reperibili. Intanto, immersi in un mare di polemiche sterili quanto insulse, i ministri “competenti” tentano con fatica di restare a galla esercitandosi nelle patetiche discipline dell’equilibrismo e del mirror-climbing.

Paolo Ferrero – dopo aver chiarito, in risposta a un’interrogazione parlamentare, che «il disegno di legge in materia non è stato ancora presentato perché all’interno della maggioranza sono presenti sensibilità diverse e non è opportuno che il disegno di legge sia presentato prima che intorno ad esso si sia raccolto il necessario consenso» – ci ha tenuti tutti col fiato sospeso fino all’8 febbraio per spiegarci che, nelle sue intenzioni (siamo ancora nella fase in cui non si va oltre), il consumo non deve essere sanzionato ma – ipocritamente – è giusto che continui a essere considerato un illecito. Come dire: «formalmente ti dico che non lo puoi fare ma, se proprio non riesci a farne a meno, non ti punisco». Messaggio chiaro e inequivocabile: come per tutte le altre attività (più o meno lecite che siano), in un sistema di illegalità diffusa qual è quello in cui viviamo, si può fare qualunque cosa, se solo si accetta di stare rintanati negli angoli bui e di essere trattati come dei topi di fogna.

Per parte sua, Livia Turco sembra più preoccupata di mandarci tutti in palestra piuttosto che di dare risposte serie al problema della diffusione di sostanze delle quali, nella quasi totalità dei casi, si ignora la composizione. In compenso, ha pensato bene di istituire e insediare in tutta fretta una Commissione consultiva sulle dipendenze patologiche. Ha fatto così in fretta che pare si sia dimenticata di nominarne i componenti i cui nomi, alla data in cui scriviamo, risultano in buona parte sconosciuti persino ai funzionari del ministero.

Che dire, andiamo avanti così. Per fortuna questo Paese “impazzito” (al punto che il Presidente del Consiglio ha deciso di rivolgersi, per farsi aiutare a curarlo, allo psichiatra di fama mondiale Vittorino Andreoli) è migliore della classe dirigente che lo rappresenta e, in qualche modo, riesce ad autoregolamentarsi grazie al buon senso e alla buona coscienza dei suoi cittadini, degli operatori, della gran parte dei magistrati e degli agenti delle forze dell’ordine, costretti a supplire a uno Stato di diritto di cui sempre più si avverte la mancanza.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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