La recrudescenza dei funghi terricoli negli ultimi decenni è stata imputata anche ai cambiamenti climatici che hanno investito il bacino del Mediterraneo dove si prospetta un incremento di temperatura media variabile da 0,8 a 2,1° C entro il 2050; la tropicalizzazione del clima che ne deriverà favorirà la formazione di pseudo-cicloni, cioè precipitazioni torrenziali chiamate “bombe d’acqua”, con una consistente riduzione delle precipitazioni.

Le alte temperature, lo stress idrico, l’alterazione della fenologia e dei cicli di patogeni e insetti pongono problematiche complesse riguardo la coltivazione della canapa sativa, una pianta conosciuta non solo per le sue qualità produttive, ma anche per la sua rusticità, cioè per la sua resistenza agli attacchi dei vari parassiti. Per la sua marginale importanza economica è stata poco studiata sotto l’aspetto fitopatologico, diversamente da quanto accaduto negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, ma è oggi tra le vittime della Sclerotinia sclerotiorum, uno dei responsabili insieme a Fusarium, Botrytis e Pythium, dell’esplosione di attacchi fungini e di altri parassiti in alcune aree del centro-sud d’Italia.

Sclerotinia è uno degli agenti patogeni vegetali più pericolosi e cosmopoliti, appartiene al phylum Ascomycota, classe Discomycetes, ordine Helotiales. La famiglia Sclerotiniaceae è stata ridefinita per includere solo quelle specie che producono sclerozi tuberosi non incorporando tessuto ospite all’interno del midollo sclerotiale e sviluppando un excipulum ectale composto da cellule globose.

La Sclerotinia sclerotiorum è un fungo patogeno vegetale che causa una malattia chiamata muffa bianca, conosciuta come cancro della canapa, marciume cotonoso, marciume acquoso o marciume dello stelo, e si tratta della seconda malattia fungina più comune osservata nella cannabis. Una caratteristica chiave di questo agente patogeno è la sua capacità di produrre strutture di riposo nere conosciute come sclerozi e crescite sfocate bianche di micelio sulla pianta che infetta. Questi sclerozi danno origine in primavera a un corpo fruttifero che produce spore in un sacco ed è per questo che i funghi in questa classe sono chiamati Ascomiceti.

Le specie più conosciute di Ascomycota sono le Morchelle, i Tartufi, i Lieviti e i Penicillium. Il fungo responsabile della malattia è un microrganismo in grado di attaccare oltre la canapa, numerose altre piante erbacee ed ortive, tra cui girasole, colza, pomodoro, varie leguminose, cucurbitacee ed ombrellifere. Sclerotinia sclerotiorum vive nel terreno: gli sclerozi sono strutture altamente resistenti grazie alle quali il fungo può conservarsi allo stato latente anche per diversi anni (fino a 9-10). Un’alternanza di periodi secchi e umidi induce al contrario la devitalizzazione degli sclerozi presenti sulla superficie del suolo.

La muffa bianca può influenzare gli ospiti in qualsiasi fase della crescita, comprese piantine, piante mature e prodotti raccolti. Uno dei primi sintomi osservabili è un’area di crescita micellare bianca e soffice, di solito preceduta da lesioni da chiare a marrone scuro sul colletto, segue clorosi, avvizzimento, caduta delle foglie e la morte della pianta.

Ciclo biologico
La forma svernante del patogeno sono gli sclerozi all’interno dei residui colturali dove rimangono attivi anche per anni. In primavera dagli apoteci (corpi fruttiferi che contengono spore sessuate dette ascospore) contenuti negli sclerozi, vengono liberate le ascospore che rappresentano gli organi che danno inizio all’infezione. Le ascospore germinano in presenza di umidità e penetrano direttamente nell’epidermide ospite o penetrano attraverso le ferite. Le temperature ottimali per la crescita vanno da 24-33 °C. Il fungo può sopravvivere nel suolo principalmente sui detriti vegetali dell’anno precedente. Come la maggior parte dei funghi, S. sclerotiorum preferisce condizioni d’ombra rispetto all’esposizione diretta alla luce solare. Il ciclo di vita di Sclerotinia sclerotiorum può essere descritto come monociclico, in quanto non sono prodotti inoculi secondari.

Durante la tarda estate/inizio autunno il fungo produrrà una struttura di sopravvivenza denominata sclerozio sui residui colturali o all’interno dei tessuti di una pianta ospite. Lo sclerozio è una struttura con la capacità di sopravvivere per diverso tempo come corpo indipendente all’organismo che l’ha prodotto.

La primavera successiva lo sclerozio dormiente germinerà per produrre corpi fruttiferi chiamati apoteci, simili a steli piccoli e sottili che terminano con una struttura simile a una coppa di circa 5-15 mm di diametro (simile per forma a un piccolo fungo). La coppa dell’apotecio è rivestita di aschi, contenenti ciascuno otto ascospore che, giunte a maturità, vengono rilasciate dagli aschi e trasportate dal vento fino a quando non giungono su una pianta ospite. Le ascospore germinano quindi sull’ospite e iniziano a invadere i tessuti attraverso il micelio o differenziano la forma sessuata, costituita da apoteci giallo-bruni a forma di coppa pedicellata. S. sclerotiorum è in grado di invadere quasi tutti i tipi di tessuto inclusi gambi, foglie, fiori, frutti e radici.

Alla fine della stagione di crescita, S. sclerotiorum produrrà nuovamente sclerozi. Gli sclerozi rimarranno sulla superficie del terreno o nel suolo, su parti di piante viventi o morte fino alla prossima stagione. Gli esiti della malattia variano sensibilmente in relazione all’andamento stagionale e alla fase fenologica della pianta. Ingiallimenti e necrosi fogliari sono le manifestazioni più appariscenti delle piante colpite, che ad un esame più attento presentano nella parte più bassa del fusto un’area marcescente. L’infezione prende avvio a livello del colletto si estende lungo l’asse del fusto. I tessuti colpiti perdono la naturale colorazione verde e assumono una tinta biancastra con striature rossicce che solitamente delimitano i bordi della lesione.

La presenza sulla parte infetta di micelio bianco inframmezzato da corpiccioli neri (sclerozi) è un segno caratteristico della malattia. L’aspetto irregolare e la grandezza degli sclerozi (da 2 a 20 mm) consentono di distinguere questa malattia da altre analoghe indotte da miceti anch’essi produttori di strutture scleroziali, più piccole e regolari, quali Sclerotium rolfsii e Macrophomina phaseolina.

     

Biocontrolli
Il controllo della S. sclerotiorum è principalmente di tipo agronomico e biologico. Indipendentemente dal fatto che si tratti di coltivazioni indoor o outdoor, la prevenzione è un fattore imprescindibile; seguire alcune regole igieniche, specialmente in colture indoor, è fondamentale per prevenire attacchi fungini di varie specie.

Disinfettare gli attrezzi manuali da lavoro, eseguire un’accurata pulizia all’interno della serra e indossare un abbigliamento adeguato, rientrano tra le operazioni di prevenzione.

Importantissimo è controllare la temperatura e l’umidità: infatti, affinché i funghi possano crescere, hanno bisogno di determinate condizioni ambientali, che riguardano fondamentalmente il calore, l’umidità e scarsa ventilazione. Quindi un’adeguata ventilazione filtrata, l’umidità relativa che non superi il 50% nella fase di fioritura, la temperatura intorno ai 25 ºC, sono parametri ambientali preventivi da rispettare.

Il controllo colturale agronomico si avvale di ampie rotazioni colturali, adozione di sesti di impianto non troppo fitti, concia del seme, cura del drenaggio del suolo, concimazioni azotate equilibrate e arature profonde. L‘aratura profonda dei detriti è particolarmente efficace perché non permette agli sclerozi di germinare. L’assenza di rotazioni o rotazioni con altre colture suscettibili a Sclerotinia sclerotiorum, (terreni stanchi e asfittici) favoriscono il potenziale di inoculo, come pure la presenza di piante ospiti nella flora infestante.

La Sclerotinia colpisce con maggiore frequenza gli impianti molto fitti, soprattutto se coltivati in zone umide ed è favorita da abbassamenti termici e da frequenti irrigazioni. L’uso di portainnesti, utilizzati ampiamente nelle orticole, potrebbe rivelarsi un accorgimento agronomico vincente, come il miglioramento genetico, per creare varietà resistenti ad attacchi fungini, mentre in monocoltura indoor, le coltivazioni fuori suolo si stanno rivelando molto interessanti nonostante gli alti costi di gestione.

Nell’immaginario collettivo la cannabis sativa è stata sempre vista come una pianta dalle capacità di resistenza innate ad innumerevoli malattie, ma negli ultimi decenni, come detto, questa rusticità è andata via via attenuandosi. Le cause andrebbero ricercate nei cambiamenti climatici, nelle mutazioni genetiche, nell’assenza di ricerca e miglioramento genetico e nella globalizzazione incontrollata che ha portato nel nostro paese e nell’intero continente europeo “insetti e patogeni alieni”.

a cura di Giulio Brescia
Entomologo e Consulente Ambientale c/o Ausl Romagna, ha collaborato con diverse testate giornalistiche nazionali su varie tematiche





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