Simili a enormi città sottomarine, le barriere coralline sono gli ecosistemi marini più diversificati e, anche se coprono solo lo 0,1% della superficie degli oceani, forniscono cibo e riparo a un quarto delle specie oceaniche.

I coralli sono costituiti da polipi, piccoli organismi dal corpo molle che si attaccano alle rocce sul fondo del mare producendo dalla parte basale uno scheletro minerale che forma la struttura delle barriere coralline. Dividendosi in migliaia di altri individui, questi polipi creano una colonia che agisce come un singolo organismo e che, man mano che cresce, si unisce ad altre colonie; nel corso di migliaia di anni le secrezioni calcaree si stratificano formando le barriere coralline.

Il ritmo di crescita dei coralli è molto lento (i più veloci crescono di circa 15 cm ogni anno) e alcune colonie risalgono a più di 50 milioni di anni fa.
I polipi dei coralli vivono in simbiosi con alghe unicellulari chiamate zooxantelle, che condividono il cibo che producono, tramite fotosintesi, con il corallo ottenendo in cambio sostanze nutrienti. Lo scheletro della maggior parte dei coralli è bianco ma i cromatofori (cellule contenenti pigmenti) di queste alghe impartiscono alle barriere coralline i magnifici colori che le caratterizzano. Le zooxantelle possono vivere solo in condizioni molto specifiche: non riescono ad esempio a sopravvivere in acque fredde e profonde (le barriere coralline si trovano infatti principalmente nelle zone tropicali), né in acque troppo calde.

Se la temperatura del mare aumenta troppo, invece dei carboidrati di cui il corallo si nutre queste alghe iniziano a produrre sostanze tossiche; di conseguenza il corallo le espelle e perde la sua colorazione rimanendo bianco. Tale fenomeno è noto come “sbiancamento dei coralli”.

Lo sbiancamento non comporta necessariamente la morte del corallo; se la temperatura dell’acqua cala in tempi relativamente brevi il corallo può ancora riprendersi e acquisire nuove zooxantelle.

Se tuttavia la temperatura continua a rimanere troppo elevata, il corallo non è più in grado di nutrirsi efficacemente, i polipi muoiono e rimane solo lo scheletro bianco.

La morte del corallo ha un grande impatto sui pesci e sugli altri animali che vivono sulla barriera corallina e provoca un sensibile declino delle specie dipendenti dal corallo, molte delle quali si cibano dei predatori dei coralli stessi.

La perdita di diversità sulle barriere coralline a causa della morte dei coralli – nota come “omogeneizzazione biotica” – rappresenta un grave problema per gli ecosistemi che si basano su complessi processi biologici per prosperare ed è una delle più urgenti crisi della biodiversità a livello mondiale.

Non va inoltre sottovalutata l’importanza delle barriere coralline per le economie locali: tali strutture forniscono infatti cibo, creano lavoro nel settore del turismo e svolgono un ruolo vitale nel proteggere le coste da tempeste, onde, inondazioni ed erosione. Il deterioramento o la distruzione delle barriere espone le comunità costiere a gravi danni derivanti dall’azione diretta delle onde e delle tempeste.

Purtroppo la più grande minaccia per le barriere coralline è l’uomo. Anche se lo sbiancamento dei coralli può essere il risultato di svariati fattori di stress, come la malattia, l’inquinamento o i cambiamenti nella salinità dell’acqua di mare (ad esempio dopo precipitazioni molto intense), il più grande pericolo è rappresentato dall’innalzamento delle temperature del mare causato sia dai cicli di El Niño che dai cambiamenti climatici dovuti all’attività umana. Registrato per la prima volta all’inizio degli anni Ottanta nei Caraibi, da allora il fenomeno dello sbiancamento di massa dei coralli si è verificato diverse altre volte interessando le barriere coralline di tutto il mondo, da quelle del Belize e della Giamaica, a quelle del Pacifico e della Grande Barriera Corallina australiana.

Nel 2016 quest’ultima è stata oggetto di un drammatico evento di sbiancamento che ha provocato la morte del 30% dei suoi coralli in un periodo di nove mesi, il caso più protratto e più grave di sbiancamento causato dai cambiamenti climatici.

Mentre una volta questi eventi accadevano in media ogni 30 anni in risposta ai cicli di El Niño, l’aumento delle temperature dell’acqua marina (tra il 1871 e il 2005 la temperatura dell’acqua lungo la Grande Barriera Corallina è aumentata di 0,4°) ha progressivamente ridotto il periodo tra un evento e l’altro a 6 anni, che non è sufficiente al fine di consentire ai coralli di riprendersi.

Se non verranno implementate misure per contrastare questo fenomeno, al ritmo attuale del riscaldamento globale si ritiene che entro il 2050 potremmo perdere il 90% della barriera corallina; trovare una soluzione pratica a questo problema è quindi diventata una questione della massima urgenza. A tale scopo si sta cercando di far riprodurre coralli in condizioni controllate al fine di trovare le varietà maggiormente resistenti all’acqua più calda e alla luce UV più intensa, per poterle poi trapiantare in mare su barriere artificiali costituite da strutture in acciaio o cemento.
Studiando i coralli sopravvissuti agli eventi di sbiancamento, si spera inoltre di riuscire a sviluppare “super coralli” in grado di resistere a stress termici prolungati. Si tratta tuttavia di soluzioni efficaci a breve termine per aree limitate; il futuro della salute dei coralli dipende dalla nostra capacità di ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra su scala globale.

Uno sforzo coordinato volto a monitorare la salute della barriera corallina, sviluppare strategie efficaci e implementare soluzioni pratiche potrebbe aiutare i coralli a far fronte alle mutevoli condizioni, ma con ogni probabilità queste misure si dimostreranno inutili a meno che non venga affrontato il problema principale dei cambiamenti climatici effettuando una transizione dell’economia globale dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili.

Federica Pojaga
Traduttrice freelance itinerante, attivista ecologica e viaggiatrice, ufficialmente vive in Gran Bretagna (dove si è laureata) ma trascorre gran parte del tempo ad esplorare genti, culture e ambienti.
Il suo sito è: federicapojaga.com

 

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