canapa-nei-terreni-inquinatiCampi di canapa nei terreni più inquinati del Sulcis per assorbire i metalli pesanti accumulati nel terreno e dare al contempo una nuova prospettiva economica ed occupazionale in un territorio dove decenni di attività legate all’estrazione del carbone, ora che le miniere hanno chiuso, hanno lasciato spazio a inquinamento e disoccupazione.

È questo il progetto prodotto dall’assessorato all’Agricoltura della regione Sardegna ed approvato con finanziamenti da 150mila euro l’anno per i prossimi tre anni. Gli agricoltori che aderiranno all’iniziativa avranno un indennizzo di 1500 euro a ettaro. Verranno messi a dimora semi di canapa industriale, con contenuto di Thc certificato sotto lo 0,6%.

Il progetto, condotto dall’agenzia Agris, si avvarrà della collaborazione dell’Università di Sassari e di Sardegna Ricerche, i cui ricercatori si occuperanno anche di analizzare i fusti di canapa presenti sul terreno, per capire in quali concentrazioni gli elementi inquinanti possano fissarsi nelle piante di canapa e, alla luce dei dati, valutarne possibili utilizzi produttivi per scopi non alimentari.

La proposta è stata approvata dopo una lunga discussione, a partire da un emendamento presentato ormai due anni fa dal consigliere regionale di Sinistra Italiana Luca Pizzuto, primo firmatario dell’emendamento (sostenuto anche da Partito dei Sardi, Rossomori, Centro democratico e Irs).

«È un’opportunità straordinaria per il territorioha detto Pizzuto – l’iniziativa ha un duplice obiettivo: bonificare i terreni inquinati, grazie alle proprietà decontaminante della canapa, e riavviare una filiera produttiva in aree industriali molto inquinate».

L’utilizzo della canapa nella depurazione dei terreni non è una novità, esistono già autorevoli studi e alcuni significativi precedenti di applicazione pratica. Dal 1993 nella zona interessata dagli effetti devastanti di Chernobyl, dal 1994 in Polonia per il risanamento dei terreni inquinati dai metalli pesanti residuati dal ciclo produttivo della metallurgia e in Italia la sua coltivazione inizia a farsi spazio nei terreni inquinati della Campania, in quelli di Porto Marghera nel Veneto e in Puglia.

 





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