Amico fedele e storico compagno di lotta di Peppino Impastato, ucciso della mafia il 9 maggio del 1978, Salvo Vitale è colui che probabilmente più di tutti gli è stato vicino. 
Ex professore di stampo anarchico, da anni gira per le scuole e trasmette il messaggio di Peppino, per tenerne viva la memoria e far sì che la sua battaglia continui tramite lui e i suoi compagni, senza finanziamenti o aiuti istituzionali. Quarant’anni dopo Salvo ci racconta a che punto è la battaglia contro la montagna di merda della mafia.

Nei tuoi libri su Peppino cerchi di mettere in chiaro la sua figura spesso distorta dai media. Ci hanno mostrato una persona completamente diversa da quello che era?
Complessivamente nei media c’è molta superficialità e ci si ferma solo ad alcuni aspetti. Peppino è una figura estremamente complessa, con la sua formazione interiore che lo ha portato a tutta una serie di passaggi ed esperienze che bisognerebbe conoscere per capire bene quel era la sua vera persona. Peppino non è certo quello che l’iconografia ti pone, alcuni momenti per esempio ne “I 100 passi” sono colti bene altri sono esclusivamente fiction. Il suo impegno politico a mio parere è quasi sempre occultato ed è come se si togliesse a Peppino la sua vera identità. In genere si cerca invece qualche motivazione personale, qualche amore, qualcosa che non è l’immagine di Peppino animale politico.
Un’altra cosa che non ha spesso il giusto risalto è la sua modernità nell’avere capito il modo di combattere la mafia, sia nell’utilizzo di uno strumento come la radio sia nell’uso della satira che significava proprio demolire l’intoccabilità del mafioso. Peppino studiava il territorio e ne denunciava tutte le devastazioni e le speculazioni facendo nomi e cognomi, senza avere paura di nessuno.

La morte di Peppino è stata messa in ombra da quella di Aldo moro. Perché?
Per dirlo con due parole de “I 100 passi” Peppino è sempre il piccolo provinciale di paese che non può stare al livello di Aldo Moro, il grande politico presidente della democrazia cristiana. Si tratta di due persone abissalmente diverse: uno è un’istituzione l’altro invece è proprio l’anti-istituzionalismo per eccellenza. Uno è l’uomo di potere l’altro e contro il potere.
Quindi difficilmente queste cose possono trovare una mediazione, anche nella scelta del 9 maggio come giornata delle vittime del terrorismo ci si è dimenticato di metterci che tra il terrorismo c’è anche quello mafioso.

In un tuo libro su Peppino scrivi: “in questi anni siamo riusciti a potenziare o quantomeno salvare i 10 anni di attività politica di Peppino”. Cosa avete fatto in particolare?
Abbiamo recuperato tutto quello che era possibile, abbiamo pubblicato un libro con tutte le registrazioni di “Onda Pazza” (8 in totale) fatte da me, Peppino e i suoi amici, con annesso un CD, e pubblicato da edizioni Alegre.
Abbiamo così recuperato buona parte del capitale fotografico che lo rappresenta, lo potete trovare anche sul mio sito www.ilcompagno.it. In questi 40 anni abbiamo anche cercato di costruire anno dopo anno qualcosa che servisse a dare un’immagine di Peppino più aperta, all’inizio per smontare il depistaggio delle indagini e successivamente per far conoscere costantemente ai giovani questa figura.

Esiste oggi un esempio simile a Radio Aut?
Non esiste più una “radio della nuova resistenza”. L’informazione è omogeneizzata, asservita al potere politico e imbalsamata dalla minaccia di denunce e di intimidazioni nei confronti di giornalisti che non si allineano. Un raro esempio di informazione alternativa è quello della piccola emittente televisiva in cui lavoro, “Telejato”, finita nel mirino della magistratura, oltre che in quello della mafia, che non ha risparmiato attentati. Mi dedico soprattutto al settore dell’antimafia e a quello della presenza della mafia all’interno delle istituzioni e dei gruppi di potere politico in Sicilia.

Come è cambiata in questi anni la mafia?
Sono dell’avviso che non c’è una singola mafia specifica. Circa l’80% degli esercizi commerciali ancora oggi pagano il pizzo senza parlare. È vero che si denuncia un po’ più frequentemente gli estorsori ma lo stato al momento attuale non protegge assolutamente chi denuncia. Il vero motivo per cui si denuncia più spesso è la crisi, perché i pochi spiccioli del capitalismo siciliano non bastano per tutti e gli imprenditori non ce la fanno neanche a pagare il pizzo. Denunciano essenzialmente per questo stato di necessità.

Altrimenti farebbero parte del sistema mafioso…
Esatto. Poi ci sono una serie di altri settori in cui i mafiosi hanno potenziato di gran lunga la loro attività tra cui il traffico dei migranti, in particolare il meccanismo dell’accoglienza che frutta loro un sacco di soldi, quello dei rifiuti o dei traffici non solo di essere umani ma anche di organi di essere umani, e poi il solito mercato della droga e di nuove droghe che arriveranno a circolare.

E il settore edilizio?
Questo è un settore al momento un po’ fermo a causa della crisi. 

Si vive meglio oggi?
No, non si vive meglio. Se aspettiamo di vedere il cadavere in mezzo alla strada da quest’aspetto si, viviamo meglio. Ma qui in Sicilia la disoccupazione è a livelli ormai impressionanti, credo che in Europa non esiste una regione più malandata della nostra. Non c’è alcun tipo di lavoro e quindi non si vive meglio, addirittura molti sostengono che quando c’era la mafia e non era disturbata si lavorava, adesso no. Il problema è che i mafiosi ormai si sono talmente messi dentro il tessuto sociale che non li distingui più. Non più delinquenti ma furboni. Tutto questo va letto in rapporto alle condizioni economiche in cui ci troviamo.

L’antimafia esiste o è solo una parola che esprime un concetto?
Ci sono tanti tipi di antimafia non è solo una metafora, c’è l’antimafia di facciata, quella militante, c’è l’antimafia retorica che si accontenta di parole. Poi c’è l’antimafia istituzionale che è quella che fa andare avanti giudici e magistrati, e ci sono tutta una serie di associazioni che con l’antimafia ci vivono bene o fanno carriera politica, i famosi professionisti dell’antimafia. Infine ci sono quelli che chiamiamo l’antimafia sociale e stanno un po’ ai margini e lavorano senza molti mezzi, mi riferisco tra questi anche a parecchia gente che oggi, ha delle attività antimafia nei campi confiscati. Queste sono persone abbastanza serie e motivate, ci sono anti-mafiosi seri e ci sono i buffoni.

Però alcuni avvenimenti, come l’ordinanza di non poter mangiare nei beni confiscati dalla mafia, in seguito ad un particolare evento nell’ex casa di Badalamenti, fanno pensare che questa sia solo un’antimafia di facciata…
È un po’ difficile il rapporto tra l’antimafia e l’istituzione. Non bisogna mai dimenticare che la mafia è una componente molte volte delle istituzioni e quindi non si può chiedere a chi è istituzionale di andare contro sé stesso. Per cui ci mettono molta formalità tanto per salvare la faccia, e finisce tutto lì.

Qualche ricordo o aneddoto su Peppino…
Mi viene in mente un episodio degli anni di Radio Aut. Spesso mi portavo in radio mia figlia Karol che quando vedeva Peppino era felice e lo prendeva per mano e gli chiedeva di uscire.
Così mi lasciavano trasmettere e tornavano dopo un paio d’ore. Karol era carica di cioccolatini, giocattoli e cianfrusaglie. Peppino invece era rimasto con le tasche vuote e malinconicamente mi chiedeva una sigaretta, perché aveva speso tutto senza pensare a se stesso, così gli davo tutto il pacchetto.

Come vedi una possibile legalizzazione della cannabis?
Sono favorevole perché si taglierebbe almeno un braccio ad una serie di traffici illegali mafiosi.

Lascia un messaggio ai lettori…
Oggi viviamo in un’epoca in cui ci stiamo chiudendo nella solitudine totale, il nostro rapporto finisce e si chiude con il computer, con il cellulare, con il televisore e non c’è più socializzazione. Quello che penso possa salvarci e che l’uomo torni ad essere politicus, cioè cittadino di una polis in cui si esce e ci si incontra, si parla e si costruisce insieme. Si sente il tono della voce, ci si guarda negli occhi, per vedere se siamo simpatici o antipatici, ci si scambia una serie di sensazioni e soprattutto ci si incontra. Ecco incontriamoci.





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