Ambiente e natura

Salviamo le alpi apuane: da geoparco a disastro ambientale

Salviamo le alpi apuane: da geoparco a disastro ambientale

Montagne uniche dai profili nervosi e scattanti sorgono inaspettate nel nord della Toscana, a ridosso della costa tirrenica schiacciate verso l’Appennino Tosco-Emiliano. Poste come a separare due mondi completamente diversi, che qui si toccano e si abbracciano: sul fianco tirrenico il solare regno dell’ulivo e del leccio, dall’altro secolari castagni, faggi e umidi poggi, ponte tra il clima Europeo e quello mediterraneo. 

Un alternarsi quasi impazzito di climi e microclimi determinano qui, più che altrove, un hotspot di biodiversità di inusitata importanza, tanto da far conquistare a questa area l’appellativo di “Giardino d’Europa”. Qui la natura si manifesta in un modo inusuale, dando vita a queste montagne emerse dal mare fatte completamente di marmo e attraversate da condotti carsici, grotte, cunicoli, inghiottitoi e pozzi generando dedali sotterranei unici al mondo e tra i più importanti d’Europa tanto da far inserire questa area tra i geoparchi mondiali UNESCO. 

Questa immensa diversità, si ritrova anche nelle culture umane che popolano questi luoghi. Su questo massiccio l’uomo è entrato nell’intimo della montagna attraverso un’attività come l’estrazione del marmo che ha dato vita a una cultura straordinaria dell’estrazione di questa pietra che oggi, ormai completamente meccanizzata, sta portando una vera e propria distruzione di questi straordinari habitat. 

Questa terra di primati anche nel caso dell’estrazione non si smentisce, tanto da essere indicato da molti come “il più grande disastro ambientale d’Europa”, visibile anche dallo spazio, annoverato dal docufilm “Antropocene” tra i 43 peggiori disastri mondiali che per la loro invasività ed entità hanno completamente modificato il paesaggio naturale creando un paesaggio minerario spettrale che in zone come Carrara raggiunge il suo apice. 

Negli ultimi decenni l’estrazione ha raggiunto ritmi folli si stima che negli ultimi 30 anni si sia estratta molta più materia dei 2mila precedenti, numeri da capogiro per un business che crea ingenti utili per poche mani e impiega pochi addetti, meno di 1000, in tutta la catena montuosa. 

Ogni anno oltre 5 milioni di tonnellate di montagna lasciano questi luoghi di cui il 75%, in alcuni casi la percentuale sale fin oltre il 90%, viene sbriciolato per trasformarsi in carbonato di calcio, polvere bianca dai molteplici usi nell’industria chimica. Il resto viene trasformato in complementi di arredo, artigianato e ornamenti funerari; solo una piccolissima percentuale diventa opera d’arte. Questa pietra sacra amata dai più grandi scultori al mondo, uno su tutti Michelangelo, diventa oggi polvere distruggendo per sempre habitat unici e impoverendo irreversibilmente questo territorio. Quel poco lavoro che creano è al primo posto tra i lavori usuranti e ha un alto tasso di incidenti e mortalità. 

Un territorio letteralmente morsicato dalle cave: 165 quelle attive, 510 quelle dismesse e una stima di 800 siti intaccati in modo irreversibile. Senza contare che 80 delle cave attive sono “sfuggite” da Carrara e come metastasi sono nel parco delle Alpi Apuane oggi fortemente minacciato. E allora?

Il movimento Salviamo le Apuane ha redatto un piano di sviluppo alternativo per la montagna che sostituisce l’economia malata del marmo con economie durevoli che vanno dal turismo, all’artigianato di qualità fino alla produzione di cibo di qualità. In questo modo potremmo creare 10 volte i posti di lavoro attuali dando un futuro alle popolazioni locali, ai giovani e a questo meraviglioso ecosistema che abbiamo l’obbligo di consegnare alle generazioni future.

Per unirvi al nostro movimento o leggere i nostri documenti è possibile consultare il sito www.salviamoleapuane.org oppure visitare la pagina Facebook, @salviamoleapuane.

a cura di Eros Tetti

TG DV


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