Xylella

Gli ulivi della provincia di Lecce sono stati colpiti da un’epidemia: il complesso disseccamento rapido, frutto di una concausa di elementi tra i quali vi è un fungo, il Phaeoacremonium, un lepidottero, la Zeuzera pyrina, e un batterio parassita, la Xylella fastidiosa. Gli alberi di ulivo rappresentano, per il territorio salentino, un patrimonio inestimabile, rappresentano la storia, il paesaggio e l’anima di questo territorio e non solo.

Secondo i dati raccolti dall’Istat, la Puglia rappresenta oltre il 30% della produzione olivicola italiana, l’olio prodotto in Puglia, inoltre oltre ad essere denominato prodotto di origine protetta (DOP) è il terzo prodotto più esportato dalla regione Puglia. Le questioni prettamente economiche sono quindi strettamente legate a quelle storiche e culturali, ecco perché è più urgente che mai trovare il modo migliore per salvare queste piante senza rovinare l’eco-sistema e di conseguenza l’economia. La Commissione Europea, fin da subito ha dato direttive volte ad arginare il problema al più presto, imponendo trattamenti di eradicamento delle piante infette, potatura e aratura dei terreni con bonifiche tramite pesticidi. Il piano, proposto nella fattispecie dal commissario per l’emergenza Giuseppe Siletti, fortunatamente non convince gli agricoltori e divide anche la comunità scientifica.

La Xylella fastidiosa è un batterio proveniente probabilmente dalla Costa Rica e, al momento, se ne conoscono quattro sottospecie che infettano circa 150 diverse piante. Le piante infette, si seccano completamente, partendo dalle foglie fino ad arrivare ai rami. Il batterio si trasmette tramite un insetto, la cosiddetta sputacchina (Philaenus spumarius) che svolge il ruolo di vettore per il batterio. Nonostante questo batterio non sembri essere l’unica causa del disseccamento degli ulivi che ormai da qualche anno affligge il Salento, l’opinione pubblica e la Comunità Europea si concentrano solo sulla Xylella e in molti sorge il dubbio che il grado di allarmismo sia troppo alto e, inoltre, la procura di Lecce ha aperto un fascicolo per il reato di “diffusione colposa di malattia della pianta”.

Un altro argomento che suscita riflessione si trova nel terzo rapporto sulle agromafie stilato da Coldiretti, Eripses e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il primo capitolo del rapporto, redatto dal giornalista e sociologo Luigi Russo, è intitolato “Lo strano caso della Xylella fastidiosa”, e riporta diverse ipotesi speculative domandandosi da dove provenga il batterio e a chi possa convenire.

È quindi necessario trovare un trattamento che non sia invasivo e letale come quello suggerito dalla Comunità Europea. Un punto di vista interessante a proposito, è quello proposto da Cristos Xiloyannis, docente di Coltivazioni arboree nell’Università della Basilicata: a suo parere l’eradicazione non sarebbe una soluzione definitiva e per sostenere i suoi argomenti ricorda la batteriosi che ha colpito i kiwi negli anni scorsi ai danni delle agricolture partenopee. Egli sostiene inoltre che se non è possibile combattere la malattia, è necessario provare a conviverci mettendo l’eco-sistema nelle condizioni di reagire naturalmente.

Ed è quello che hanno provato a fare alcuni agricoltori dell’associazione Spazi Popolari di Sannicola, che hanno cominciato a trattare gli alberi infetti secondo le buone pratiche tradizionali dell’agricoltura. In un primo momento hanno somministrato alle piante la cosiddetta poltiglia bordolese composta da grassello di calce e rame e, in seguito, solfato di ferro e calcio. Le piante, all’incirca 500, hanno ricominciato a vegetare e, nonostante la mancanza di fondamento scientifico, la realtà dimostra l’efficacia dei trattamenti. La questione della ricerca scientifica a proposito del batterio e dello sviluppo del trattamento è un altro argomento interessante. Infatti, secondo quanto affermato anche dal professor Luigi De Bellis, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento, è necessario innanzitutto effettuare maggiori test considerando che è la prima volta che il batterio viene a contatto con l’ulivo e non se ne conosce la reazione con altri agenti patogeni come i funghi, ad esempio.

Nonostante sia fondamentale fare chiarezza su tutti questi aspetti, la cosa più importante nell’immediato è cercare di salvare il Salento, sia dal disseccamento rapido degli ulivi sia dalle misure estreme di eradicamento e utilizzo dei fitofarmaci su tutto il territorio Salentino. Questa cura sarebbe peggio della malattia stessa, con conseguenze irreversibili sia sulla salute dei cittadini sia sull’economia e sul territorio. Cerchiamo di rispettare la natura e la storia prima di giungere a soluzioni drastiche, nonostante tutto, la natura sarà sempre più forte, incontrollabile e sorprendente dell’essere umano.





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