2014-02-26 12.02.03 pmCi si può pure perdere in un posto simile, come al luna park da bambini.
In un parco di alcune decine di ettari a ridosso di un bosco, arrampicato su rocce a precipizio che esibiscono una grande bandiera con i colori della pace e la scritta “We can change the world”. Si può avere anche un dejavù da Woodstock. In mezzo agli alberi, senza veicoli a motore, a parte i pochi di servizio, si gira a piedi o tutt’al più in bicicletta. Tende e sacchi a pelo ovunque, musica sempre; stand, bar, ristori aperti a tutte le ore, cannabis street. Fragranza di pizza degli Elfi, profumo di erba bagnata, secca, bruciata, effluvi aromatici da pietanze di terre lontane, odore di pelle umana, visione di trecce rasta. Tutti insieme, nello stesso posto per qualche giorno. Insieme per mangiare, bere, dormire, ascoltare musica, andare ai dibattiti, gironzolare, lavorare, fumare.

E sì, perché poi la cosa più bella è che qui si sta fuori da quest’italietta provinciale, bigotta e bacchettona. Geograficamente siamo nel Friuli Venezia Giulia, ma di fatto qui si vive nel totale, assoluto, fantastico antiproibizionismo.
In questi trenta ettari si fuma liberamente, fantasiosamente e niente coca o roba. E’ tangibile e rincuorante. Girano bambini, anche scalzi, c’è un’aria gioiosa di festa, un sistema di sicurezza discreto ma presente. Giovani, ci sono un sacco di ragazzi che approfittano delle vacanze per non mancare quest’appuntamento ai limiti dell’onirico. Si perdono anche loro per qualche giorno ai piedi di queste montagne rocciose; percorrono centinaia, migliaia di chilometri per arrivare qui. Per perdere qui il ricordo e l’attesa dell’inverno. Si respira l’aria dell’Europa, si ascoltano accenti e lingue diverse, c’è mescolanza totale e irriverente, come in un luna park, appunto, ognuno può scegliere la giostra che più gli aggrada. E’ solo un gioco.

Un passaggio ludico che snoda migliaia di vite, qui ogni anno, a Osoppo, un puntino infinitesimale sull’atlante, ma infinito nell’intento, in un incontro anticonformista, eccentrico e giocoso. Al Rototom SunSplash Festival.

Report di Monica Mariotti

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Ho sempre parlato molto bene del Sunsplash, non ho mai osato criticare quello che è considerato uno dei festival italiani di maggior successo. D’altronde, le cifre parlano da sole… ma in certi casi, soprattutto in manifestazioni di questo tipo, le cifre non sono tutto. E’ la terza edizione a cui sono presente, le ultime due sono rimasto per l’intera durata dell’evento e sarò sincero, quest’anno non mi è proprio piaciuto! E’ facile rimanere abbagliati dalla bella musica, dalle facce sorridenti della gente e dai colori giamaicani che dilagano dappertutto. Si rischia così di non vedere (o di non voler vedere) l’altra faccia della medaglia, quella scomoda e a tratti quasi inquietante: decine di migliaia di persone che per dieci giorni si “rinchiudono” in un enorme parco recintato, quasi fosse un ghetto, con un braccialetto al polso che dà diritto ai presenti di restarci dentro. Squadre di uomini della security vestiti di nero che girano per le strade del parco, sempre col broncio, attenti che non si esageri con la dose di “libertà” che quest’anno l’organizzazione ha deciso di concedere. Gli manca solo il manganello… E poi il Reggae, si… il grande Reggae: nulla da dire sugli artisti e la qualità della musica, ma la sera ai concerti c’erano a stento mille/duemila persone. E tutti gli altri? Dov’erano? Vuoi vedere che la maggior parte della gente non va al Sunsplash per il reggae? Vuoi vedere che al 90% dei presenti non gliene frega niente delle “roots vibrations” e viene al Rototom solo per…

Va bene, non c’è niente di male, ma almeno che la smettano di propinarci la storia del mega ritrovo del popolo reggae, perché non è così.
Proprio un luna park, come dice Monica, dove un panino costa 4euro e i servizi igienici sono vergognosi, dove si respira pace e tolleranza è vero …ma ultimamente anche parecchio busine$$.

A proposito, sul fatto che la ganja sia l’unico “vizio” che ci si può togliere, bhè ho seri dubbi, ma evito l’argomento che è meglio! Un luna park dove appena fuori, ci si è già dimenticati di quel “We can change the world” appeso sulla montagna, tanto utopistico quanto inutile: non c’ero, ma mi hanno raccontato che quelli di Woodstock “avevano due palle così” a differenza nostra, che finita la festa si torna a casa, zitti zitti e, (quasi) nessuno, fa niente per cambiare le cose.

Attenzione, questo mio articolo non è fine a se stesso: il Rototom Sunsplash è un grande festival, in tutti i sensi, ma probabilmente le dimensioni che ha raggiunto lo stanno trasformando, in negativo. Capisco che non sia facile da gestire come situazione e ora come ora non saprei suggerire alcuna soluzione al problema. Dico solo che forse gli organizzatori dovrebbero fermarsi un attimo a riflettere, e decidere come proseguire questa avventura. Perchè le cifre, ripeto, non sono tutto. Per quanto riguarda i visitatori invece… bhè credo che il mio messaggio sia stato chiaro. Infine, sarei proprio curioso di vedere come sarebbe il Sunsplash, se non si potesse fumare…





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