Lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale colpita dal sisma echeggia una storia che affonda le sue radici in epoca premoderna e arriva fino a noi per raccontare di processi di organizzazione dal basso e di un differente rapporto tra uomo, territorio e risorse ambientali. È la storia delle proprietà collettive conosciute nelle Marche come “Comunanze Agrarie”.

Per secoli queste istituzioni hanno rappresentato in montagna un argine contro la povertà e la fame, un meccanismo di redistribuzione delle risorse territoriali che altrove, in Italia, ha assunto nomi diversi (Vicinie, Università, Consorzi, Comunelle), ma che ha avuto il comune denominatore di rappresentare una forma altissima di organizzazione tra pari.

La gestione comune e solidaristica di terreni rurali, boschi, prati, acque e prodotti del sottobosco, da parte di chi vive quei luoghi, è un fenomeno diffusissimo nelle zone montane che ha permesso di fronteggiare le difficoltà connesse alla vita nelle zone impervie e di garantire un utilizzo razionale di pascoli e legname, nonché lo scambio di esperienze e di mutuo aiuto tra le comunanze vicine.

Nel 1860, all’unificazione politica d’Italia, le terre collettive superavano i due terzi del territorio italiano e solo nell’area marchigiana si contavano 350 comunanze distribuite in 17 comuni. Anche facendo dell’isolamento montanaro la propria forza, molte di queste sono sopravvissute, dentro e tutto attorno al perimetro del Parco Nazionale dei Sibillini, fino ai nostri giorni, soprattutto nel piceno.

La capacità delle Comunanze di “resistere” nel tempo, nonostante legislazioni abolizioniste che nel passato hanno provato a limitarne la portata, è strettamente connessa all’autogestione dei beni da parte dei residenti, che ha permesso di arginare ogni forma di impoverimento delle comunità locali consentendo anche in tempi difficili di poter contare su risorse certe.

In un quadro, come quello del post-sisma, segnato da una marcata polarizzazione tra zone nelle quali si concentrano opportunità, risorse, servizi, investimenti, e aree in cui si acuiscono l’invecchiamento, la povertà e la desertificazione, le comunanze possono rappresentare un modello di riferimento per mettere in campo processi di mutualismo e di autogoverno delle genti della montagna.

Davanti al rischio che il terremoto favorisca un modello di sviluppo fatto di grandi cattedrali nel deserto calate dall’alto e di speculazioni da parte delle grandi multinazionali che impongono monoculture non autoctone, ripartire dall’assetto comunitario delle comunanze significa rispettare le vocazioni dei territori e i saperi locali (esperienze, tradizioni, prassi e competenze).

In controtendenza rispetto alla legislazione del passato, oggi anche in ambito giuridico si sono aperti scenari di opportunità: è del 2017 la legge sui domini collettivi che ne tutela l’esistenza dando loro un riconoscimento legislativo, disegnando un modello, quello collettivo, che si pone a cavallo tra privato e pubblico.

Ripartire dalle comunanze non vuole essere un ritorno all’antico, ma il superamento di una gestione delle risorse che mostra chiaramente il fallimento di un modello di sviluppo economico alieno alle caratteristiche dei territori e ai reali bisogni delle popolazioni locali.

Progetto di ricerca di Emidio di Treviri
Gruppo di lavoro multidisciplinare nato nel 2016 che porta avanti un’inchiesta sociale sul post-sisma del Centro Italia

Comments are closed.

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy