PTOSwan è una delle tante cugine del mio ex marito. La vidi per la prima volta a Milano, ero appena rientrata dall’Iran in piena rivoluzione e lei aveva avuto da poco il primo figlio.

In quel periodo, eravamo nel 1979, io andavo ancora a scuola e lei faceva la fotomodella nell’agenzia più nota della città. Era bellissima, bruna dal sorriso disarmante, sembrava una brasiliana, la pelle ambrata e la floridezza della puerpera. Era così raffinata che il nostro amato ex premier Berlusconi, da poco separato dalla prima moglie e che bazzicava col fratello le agenzie di moda in cerca di una donna di rappresentanza che lo accompagnasse verso la scalata politica, le aveva fatto una proposta matrimoniale. Ma a lei quell’uomo non doveva piacere molto visto che me lo descrisse come “viscido”. Lui avrebbe trovato Veronica subito dopo.

Seppur più grande di me di un paio di anni, la vedevo lontana anni luce:
copertine sui magazine, servizi di moda alle Maldive, set fotografici, trousse di trucco sempre a portata di mano, un compagno fotografo tutto genio e sregolatezza; insomma un altro mondo verso il quale io, ragazzina acqua e sapone anche se leggermente trasgressiva, provavo una sorta di timida riverenza.

Ci perdemmo di vista per un paio di anni, avevo cominciato una convivenza con suo cugino ad Avellino e lei si sbatteva fra bimbo piccolo e necessità legate al lavoro. Mai avrei immaginato di vedermela arrivare a casa in cerca di aiuto.

Alla stazione degli autobus, dove andai a prenderla, mi comparve un fantasma anoressico di trentacinque chili. Arrivava a farsi tre grammi di eroina al giorno e l’indomani sarebbe arrivata anche una sua amica nelle stesse condizioni. Bene! Eravamo in primavera, l’aria era già tiepida ma lei era imbottita di lana e portava tre paia di calzamaglie una sull’altra per dissimulare due gambe da struzzo dalle quali sporgevano in maniera anomala le ginocchia. Il viso era scavato, gli occhi infossati e gli splendidi capelli neri una stoppa informe. Nulla che ricordasse lo splendore nel quale mi ero imbattuta a Milano. Avevamo una stanza in più, preparammo un letto matrimoniale, lì insieme all’amica, avrebbe espiato con dolore la sua colpa e noi avremmo aiutato in qualche modo entrambe. Niente palliativi chimici e sebbene l’amica avesse in valigia un paio di boccette di Eptadone (metadone) decidemmo di farle sparire.

Dopo il primo giorno relativamente calmo, si scatenò l’inferno: i crampi muscolari le facevano urlare di dolore e le trovavamo tanto rattrappite che passammo una notte a stirarle tirandole per le gambe e le braccia. Mio marito ebbe l’idea geniale: Afgano nero, che all’epoca era davvero strong, trenta grammi che ci costarono quanto un mezzo stipendio. E giù grandi cannoni. E grande appetito: fra fame chimica e arretrati le due pulzelle ingrassarono dieci chili in dieci giorni. All’amica crebbero pure le tette che, giurava, non aveva mai avuto.

Ero così soddisfatta nel guardarle mentre si rimiravano nude nello specchio del bagno, incredule della ritrovata sanità, che mi dimenticai delle notti insonni passate ad assisterle, delle lenzuola ricamate bruciate dalle canne che si facevano a letto, del pentolino del latte carbonizzato, dei tentativi di fuga, delle maledizioni che ci mandavano dalla stanza chiusa a chiave. C’erano voluti dieci giorni e un po’ di fumo per cancellare la dipendenza, almeno quella fisica. Per quella psicologica noi eravamo impotenti, ricaderci sarebbe stato facile, ora stava a loro dimostrare che il nostro aiuto andava ricompensato col non farlo mai più.

Penso ai tanti amici che per uscire dall’ero si sono invischiati nel Metadone, sostanza che crea una dipendenza più pericolosa dalla quale è molto più difficile uscire.

La terapia chiamata “sostitutiva” sostituisce un legame con un altro; è vero che il paziente è immediatamente in grado di riprendere una vita sociale e lavorativa, che da subito migliorano i rapporti familiari e che in apparenza il soggetto appare come “normale”, ma è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi si ricrea una fortissima dipendenza fisica e psicologica che spesso si protrae a vita e che i medici dei Sert, con gli scarsi mezzi a loro disposizione, non sono in grado di gestire e contenere. Il Metadone costa poco e può essere somministrato a cuor leggero: una pericolosa droga legale che ghettizza il soggetto e lo costringe ad assunzione nella sede del Sert di appartenenza dove continua ad avere contatti col mondo dal quale deve uscire, fatto di piccolo spaccio e di sollecitazioni al riuso di eroina.

La morale è sempre quella: fatti ‘na canna che la vita è bella!





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