stor_1544452_04210Le discussioni sulla pena di morte non si sono ancora fermate, continuano in un moltiplicarsi di voci e opinioni tra le quali ritengo si distingua in questo piccolo libricino uno dei ragionamenti meglio condotti su questo argomento. Uscita nel 1957 sulla “Nouvelle revue française” e tradotta in Italia nel 1958, l’opera di Albert Camus lancia una condanna profondamente motivata della pena capitale, evidenziandone la vanità d’ogni presunto potere correzionale o intimidatorio con cui lo stato erige le sue giustificazioni. La condanna a morte non può funzionare come esempio per i potenziali criminali in quanto viene eseguita di nascosto e mascherata sui giornali con la retorica borghese.

Il prezzo che un condannato a morte paga per avere ucciso è sempre troppo alto, non viene soltanto ammazzato ma fatto marcire per mesi in prigione in preda alla paura e alla speranza di una grazia, – “sapere che si morirà non è nulla, ma non sapere se si vivrà, è questo il terrore e l’angoscia” scrive un condannato di Fresnes – in un processo che appare molto meno umano dello stesso omicida.

a cura di Giampaolo Berti





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