Se cercate il mio nome su Facebook non lo troverete. Eventualmente, sarà un omonimo. Lo stesso discorso vale per Instagram o Twitter, o ancora, quando era molto di moda, MySpace. Eppure, ve lo garantisco, esisto, e ho anche testimoni che possono provarlo. Lo smartphone, poi, quello sì, ce l’ho.

Siamo in pochi, ma non così pochi: rinunciare ai social è possibile, anche se non è detto che, almeno nel breve periodo, renda la vita migliore. Forse un po’ meno stressante. A questo proposito si riscontrano forme radicali, che prevedono un annullamento totale della propria personalità interattiva, o modalità più temperate, che tentano un compromesso. Anche perché esistono lavori per cui usare i social network è praticamente un obbligo, senza parlare delle professioni che sono nate per essere svolte con il web 2.0. Esiste però una categoria di persone così particolare da aver dato vita anche a una sorta di genere giornalistico: si tratta di quanti decidono di cancellare l’identità virtuale, magari dopo anni di attività frenetica. Alcuni lo fanno come fosse un esperimento sociale, altri perché stanchi o delusi da esperienze non proprio felici, altri ancora perché semplicemente stanchi. Già, perché curare i vari profili Instagram o Facebook richiede uno sforzo mica da poco: bisogna essere più o meno aggiornati, scattare fotografie o girare video, scrivere pensieri che ci rendano minimamente interessanti, digitare con frenesia su uno schermo; in altre parole, perdere un sacco di tempo. Senza contare vari effetti collaterali: si va da quella che potremmo definire “ansia da prestazione”, nel senso che chi firma uno status o scatta una fotografia si sentirà sottoposto al giudizio di tutta una schiera di gente che va dai parenti fino ad amici, ex fidanzati e perfetti sconosciuti, fino allo stress che può derivare dalla massa sterminata di informazioni che riceviamo. Ogni giorno scopriamo a che festa sono andati i nostri amici, che piatti stanno mangiando, la musica che ascoltano, leggiamo quando si sposerà quella certa cantante ospite a un programma televisivo di cui non ci importava davvero niente; per non parlare delle polemiche politiche che dilagano sulle bacheche, non soltanto a ridosso delle elezioni.

Del resto, uno studio recente “Common-Sense Media”, un’organizzazione di base a San Francisco che monitora l’uso dei social, ha calcolato che metà dei giovani americani trascorre sullo smartphone una quantità di tempo compresa tra le sei e le sette ore al giorno, vale a dire un quarto della giornata, tanto che si può parlare di uno stato di dipendenza quasi cronica. A questo si aggiunge una ricerca dello scienziato Daniel Gartenberg, della Pennsylvania University: secondo lo studioso, uno dei problemi che deriva dall’eccessiva esposizione alle informazioni si riverserebbe sul sonno. La quantità di parole e immagini che riceviamo quotidianamente, infatti, renderebbe più lungo e laborioso il processo di “omeostasi sinaptica” messo in atto una volta che iniziamo a dormire. Come sostenuto dal ricercatore statunitense, questa serie di operazioni permetterebbe al cervello di filtrare i dati assimilati al fine di conservare solo quelli effettivamente rilevanti. «Penso che abbiamo bisogno di più riposo perché adesso siamo bombardati con così tante informazioni. Una delle funzioni principali del sonno è proprio quella di prendere tutte le informazioni acquisite durante la giornata e suddividerle in cosa è rilevate e cosa no», ha spiegato Gartenberg.

Per tutti questi motivi, una quantità crescente di persone decide di dire basta, se non nei casi peggiori addirittura di curarsi; negli Stati Uniti esistono cliniche di rehab specifiche per la dipendenza da social network. Anche nel campo di questa scelta, ovviamente, esistono varie sfumature, tra chi dà un taglio definitivo alla propria vita virtuale (viene in mente un paragone con i fumatori) e chi si prende delle pause più o meno lunghe (e qui il paragone viene con la piega che possono prendere le relazioni sentimentali).

La scrittrice e giornalista americana Gina Van Thomme ha raccontato all’Huffington Post la sua esperienza una volta fuori dal mondo social, una decisione presa per riappropriarsi della vita reale e scoprire cosa accade vivendo all’improvviso in modalità offline. «Nei 16 mesi trascorsi da allora, mi sono sentita più e meno connessa al mondo che mai. Ho scattato molti meno selfie, aumentando la mia autostima dal momento di non essere più presa alla sprovvista dalla fotocamera frontale di Snapchat. La mia nuova vita disconnessa mi ha costretto a cambiare il modo di stare al passo con gli eventi attuali; ho scoperto altri modi per entrare in contatto con le persone, e sono arrivata ad accettare che alcune delle mie amicizie erano basate su Internet e nient’altro». E ancora: «Mi sembrava impossibile, ma ho persino imparato a godermi la privacy, a sentire che la mia vita è piena di piccoli segreti e tesori che solo quelli più vicini a me conoscono; anche se il segreto è solo ciò che ho mangiato a colazione».

Al di là di questa esperienza e di altri esperimenti simili – in Italia il giornalista Beppe Severgnini ha raccontato sulle pagine del Corriere della Sera la sua vita offline, quando ha deciso di staccare la spina per qualche tempo – il Web ospita diversi sfoghi da parte di quanti hanno optato per il cosiddetto “suicidio virtuale”. Esistono post che consigliano come prepararsi a questa scelta, perché si scopre che non è per niente facile chiamarsi fuori dalla vita virtuale, parallela a quella reale: significa rinunciare a contatti, amicizie, flirt, e a quelle quotidiane dosi di autostima che corrispondo al nome di “like”, o interazioni di vario genere. Carichiamo le nostre vite virtuali così tanto che farne a meno così, all’improvviso, può risultare spiazzante, un colpo troppo drastico da assorbire. La soluzione di mezzo, e praticata da una discreta quantità di persone, è quella di “congelarsi”, ovvero sospendere il proprio account, metterlo in freezer per potersi concedere un po’ di tregua. Tutto questo presente che anche se eliminiamo il nostro account, le nostre tracce su Facebook continuano a esistere, per esempio nelle conversazioni che abbiamo avuto con altri utenti o nelle foto che hanno postato di noi.

Anche seguendo questa strada, però, la questione non è così semplice o tantomeno facile da affrontare: un’indagine condotta dalla Scuola di psicologia dell’università del Queensland, in Australia, e pubblicata sul Journal of Social Psychology, ha riguardato gli eventuali benefici derivanti da una breve separazione dal mondo social, pari ad appena una settimana. I risultati spiegano che basta una manciata di giorni per ridurre i livelli di cortisolo, volgarmente noto come “ormone dello stress” perché la sua secrezione aumenta in genere a seguito di situazioni di forte stress, fisico e mentale. Tuttavia Eric Vanman, l’autore dell’indagine, ha spiegato: «Prendersi una pausa da Facebook riduce i livelli di cortisolo, è vero. Tuttavia, mentre i partecipanti del nostro studio mostravano i miglioramenti sotto il profilo dello stress, riportavano anche una più bassa sensazione di benessere. Le persone ci hanno spiegato di sentirsi più insoddisfatte e non vedevano l’ora di poter scongelare l’account e ricominciare a utilizzare Facebook» ha aggiunto il ricercatore.

La ricerca di Vanman si è soffermata sulla piattaforma creata da Mark Zuckerberg, ma i risultati si possono estendere anche ad altri servizi. «I pazienti provavano meno benessere dopo i cinque giorni senza Facebook perché si sentivano separati dai propri amici. Non crediamo sia una situazione strettamente collegata a Facebook, ma che possa replicarsi con ogni piattaforma sociale, a patto che sia fra le preferite delle persone». Insomma: quando ci autosospendiamo dai social network, il fisico ci dice che per un po’ stiamo meglio, ma almeno nel brevissimo periodo i costi tornano rapidamente ad apparirci superiori ai benefici che guadagniamo. Del resto, in un pezzo apparso qualche anno fa sull’International Herald Tribune, “The new mantra for tech firm: All things to all people, all day”, veniva spiegato come l’obiettivo di colossi come Google, Facebook con i vari WhatsApp e Instagram, non è più quello di arricchire le nostre giornate, ma «possedere ogni nostro momento di veglia». Proprio per questa ragione, a volte staccare dai social, oltre che a essere salutare sul lungo periodo e abbassare le pressioni sulle nostre vite, può somigliare davvero a un piccolo atto di ribellione.

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