Antiproibizionismo

Il Referendum? Era ammissibile!

Il referendum sulla cannabis era ammissibile, ma il problema più grande è il tentativo di delegittimare il movimento antiproibizionista e la battaglia che combatte

Una persona sta coltivando una bellissima pianta di cannabis

«Sembra banale ma qui ad essere stati affossati sono stati gli unici due quesiti proposti dai cittadini con un’ampia raccolta di firme. Ci siamo sentiti offesi e umiliati anche dalle modalità di comunicazione dell’esito, soprattutto sul referendum Cannabis. Con una conferenza stampa, quindi possiamo appigliarci solo a delle parole pronunciate verbalmente». 

Sono le parole pronunciate da Antonella Soldo, portavoce di Meglio Legale, dopo la decisione della Corte Costituzionale di dichiarare inammissibile il referendum sulla cannabis. Giuliano Amato che della Corte ne è il presidente, per giustificare l’inammissibilità aveva sentenziato che: «Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali», facendo intendere che a Corte si era limitata a ratificare un errore del comitato promotore. 

Avesse dato dei “fattoni” a tutto il movimento antiproibizionista, avrebbe fatto meno male. Ma non è questo il punto che è invece fondamentale sottolineare. 

Come spiegato sempre da Meglio Legale nei giorni successivi, «il quesito referendario toccava tre punti del Testo Unico sugli stupefacenti: l’articolo 73 comma 1 (che rimuoveva la parola “coltiva”), l’articolo 73 comma 4 (che rimuoveva le pene detentive da 2 a 6 anni, oggi previste per le condotte legate alla cannabis) e l’articolo 75 comma 1 (che rimuoveva la sanzione amministrativa del ritiro della patente).

Le argomentazioni della Corte hanno riguardato solo il primo punto. Il Presidente della Corte Giuliano Amato ha sottolineato come il comma 1 dell’articolo 73 faccia riferimento alle tabelle 1 e 3 delle sostanze stupefacenti, che non includono la cannabis, che si trova nella tabella 2. Facendo intendere che questo sia avvenuto per un errore materiale. Così non è! Infatti il comma 4 (in cui è presente la cannabis) richiama testualmente le condotte del comma 1, tra le quali è compresa proprio quella della coltivazione. Appare evidente – concludono – che i due commi vanno interpretati insieme». 

Il riferimento al comma 1 era necessario, non si poteva fare altrimenti. E comunque la modifica non avrebbe comportato automaticamente la libera produzione di ogni tipo di sostanza. Questa è una bugia. Perché la «produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione» di sostanze sarebbero rimaste condotte vietate punite dalla legge. 

I COSTITUZIONALISTI CONFERMANO: IL REFERENDUM ERA AMMISSIBILE

E la conferma è arrivata da diversi costituzionalisti. Michele Ainis ha spiegato in tv che «i pasticci dipendono dal fatto che abbiamo delle norme scritte malissimo. Sulla cannabis c’era un rimbalzo tra commi e tabelle per cui le due verità, quella del comitato promotore e quella delle Corte Costituzionale, sono entrambe argomentabili. Poi la legge si interpreta per gli amici e si applica per i nemici. In questo caso i nemici sono le persone che hanno firmato il referendum».

E anche secondo Andrea Pertici, professore di Diritto Costituzionale all’Università di Pisa, «i promotori non hanno “sbagliato” le tabelle, ma hanno compiuto una scelta nei limiti delle possibilità offerte dal testo vigente. Il comma sulle tabelle delle droghe leggere rinvia alle condotte di quello su quelle “pesanti” e quindi la eliminazione della condotta della “coltivazione” tra quelle rilevanti era formalmente eliminata per le une e le altre. Non c’è stato errore. È semplicemente stato proposto il referendum sulla normativa che c’è».  

Il referendum era ammissibile, e già qui si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro sula funzione del referendum in Italia, che è esclusivamente abrogativo, prevede centinaia di migliaia di firme, e allo stesso tempo una serie infinita di tagliole, ma la cosa ancora peggiore è stato il tentativo di delegittimare tutto il movimento che si è creato negli ultimi anni, formato da attivisti, persone comuni ma anche tanti seri professionisti, dando loro pubblicamente degli incompetenti e cercando di delegittimare la battaglia stessa. 

Ci sono centinaia di migliaia di italiani che chiedono che la cannabis sia liberata dal giogo in cui la politica ha voluto costringerla, e che chiedono risposte, non finte lezioni giuridiche mascherate da ramanzina adolescenziale. Intanto abbiamo scoperto l’ennesima verità italiana: un referendum chiesto da più di 600mila cittadini non è ammissibile, mentre è ammissibile che la cannabis resti nelle mani delle mafie e che il Parlamento italiano non abbia il coraggio di affrontare una questione fondamentale per tutto il Paese.   

TG DV


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