Sta per arrivare una pioggia di denaro, che l’UE elargirà maternamente ai suoi cittadini travolti dalla drammatica crisi legata (alla gestione) del coronavirus, in primis ai poveri italiani, noti scialacquatori e perenni ultimi della classe, tra i più colpiti. 209 miliardi da spendere: una cifra esorbitante, che rappresenterà un’occasione unica per la ripresa economica e, se ben spesa, sarà in grado di riscattare il nostro Paese e avviarlo lungo un percorso virtuoso di rinascita. Una vera manna dal cielo, così importante per il nostro futuro da rendere necessaria la discesa in campo dei tanto osannati competenti.

Ma è davvero così? A smontare la narrazione del mainstream sono due economisti italiani, Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, docenti all’Università del Sannio, dalle colonne del Financial Times.

«Se esaminiamo i 209 miliardi che il Recovery Plan stanzierà per l’Italia per i prossimi sei anni – leggiamo sul quotidiano inglese – 127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno. Per quanto riguarda i restanti 82 miliardi di risorse a fondo perduto, l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo(…)

Considerato che un accordo su rilevanti imposte pan-europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al PIL annuale. Il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione netta europea è quindi di soli 42 miliardi, ovvero 7 miliardi l’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio Ue per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi l’anno».

Una cifra davvero irrisoria, a fronte di un’economia nazionale messa in ginocchio dalle misure restrittive con le quali le aziende italiane fanno i conti ormai da un anno. Per inquadrare meglio lo scenario economico riportiamo qualche dato dei settori principalmente colpiti da questa schizofrenica gestione pandemica. In primis c’è lui, il settore del turismo, che in Italia incide per oltre il 13% del PIL nazionale, per un valore economico di 232 miliardi di euro, offrendo lavoro a 3,5 milioni di occupati (dati ENIT, 2019). Passiamo poi al comparto della ristorazione, costretto ad aprire, nei casi più fortunati delle zone gialle, soltanto a pranzo con divieto per il servizio della cena, da cui dipende l’80% del fatturato dei ristoranti. Ebbene tale settore, tra quelli in maggiore crescita prima della pandemia, vale circa 86 miliardi (dati Fipe, 2019).

Potremmo poi proseguire sommando il valore del comparto sciistico, quello del mondo del fitness, o quello dell’intrattenimento, della cultura e dell’arte, totalmente abbandonato al proprio destino.

È evidente come il tanto decantato Recovery Fund non sarà, nel migliore dei casi, che un debole palliativo al disastro economico e sociale che si continua a perpetrare con le dissennate quanto inefficaci misure restrittive, che negano il diritto costituzionale al lavoro e creano le condizioni per una desertificazione economica.

a cura di Ilaria Bifarini
Economista e scrittrice





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