«Non stavo scappando da nulla. Io, immerso nella mia vita, ci stavo bene. È importante che tu lo sappia. Per mettersi in viaggio non è sempre necessario avere una vita insoddisfacente da cui fuggire. Le ragioni che mi hanno spinto a partire sono ben altre». A dirmi queste parole è Filippo Graglia, un ingegnere aerospaziale di trentatré anni della provincia di Asti. Mi parla di quel suo viaggio in bicicletta verso il Sud Africa, poi diventato un libro dal titolo “All’orizzonte un toubabou”. Un viaggio lungo circa 25mila chilometri, da Castelnuovo Don Bosco, in Piemonte, fino alla punta estrema del continente africano. Un anno, otto mesi e cinque giorni è durata quella traversata: dal 2 gennaio 2018 al 7 settembre 2019. Esattamente 615 giorni, volendola vedere da un’altra prospettiva. «Quando sono partito l’idea era quella di arrivare fino allo stretto di Gibilterra. Solo in seguito ho capito che la destinazione era un po’ più in là, in Africa» aggiunge.

Il momento giusto per partire
Ad ascoltare le parole dei viaggiatori, ci si imbatte a volte nei retroscena delle loro vite. Retroscena segnati dall’insofferenza verso un modo di vivere che in fondo non gli appartiene. Un modo di vivere sedentario, in cui hai la tua casa, un buon lavoro e uno stipendio sufficiente per affrontare la quotidianità. Il viaggio è allora la soluzione a quell’insofferenza, il piano di fuga per lasciarsi alle spalle tutto quel che non va. Ma non è il caso di Filippo Graglia. «La mia vita è sempre andata bene, non posso lamentarmi troppo – dice con una certa sicurezza. Prima del viaggio lavoravo come ingegnere aerospaziale e, anche se a volte era stressante, non stavo male. Poi però la vita inizia a prenderti a calci. Il mio coinquilino, una persona molto cara per me, si è ammalato di un brutto male ed è morto. Dopo quattro giorni ho avuto un brutto incidente in moto. Risultato? Per quattro mesi mi sono ritrovato a casa da solo, senza potermi muovere, senza poter lavorare. Non potevo fare nulla. In pochi giorni era cambiato tutto, la situazione era difficile. C’è stata tutta una serie di eventi, dunque, che mi hanno come preso a calci: era il momento giusto per partire». Sono queste le motivazioni che lo hanno messo in viaggio: quelle «ben altre ragioni» a cui Filippo faceva riferimento all’inizio della nostra chiacchierata. L’elemento drammatico, dietro la scelta di viaggiare, sembra non mancare mai in nessuna storia. È come se fosse un innesco, quel qualcosa che ti obbliga all’azione. Perché viaggiare non è un mestiere che ti insegnano all’università. È più una reazione a quel che nella vita può capitare, una sorta di soluzione creativa a problemi complessi.

Africa, la terra dell’accoglienza
«Non potevo stare con le mani in mano, dovevo fare qualcosa. È stato mentre mi trovavo bloccato a letto, un po’ acciaccato, che ho concepito il viaggio. Così mi sono messo immediatamente a studiare. Era il 2017. Per alcuni mesi mi sono dedicato all’organizzazione del percorso: è buona cosa organizzarsi sempre, quando si fanno le cose».

E così, il 2 gennaio 2018, Filippo si mette in sella alla sua bicicletta e parte. Destinazione Gibilterra. Non è una fuga ma solo un momento di pausa dal lavoro, dal via vai quotidiano e dai fatti brutti che a volte capitano nella vita. Una pausa fino a data da destinarsi. «Ho sentito il bisogno di capire chi sono – mi dice, scavando un po’ più in profondità nelle ragioni intime di quella scelta. Anche per questo mi sono messo in viaggio. La bicicletta permette di immergersi veramente nei luoghi che stai attraversando. E così è stato». Intanto, attraverso Francia e Spagna, Filippo capisce pian piano che la vera destinazione del suo viaggio non è lo stretto di Gibilterra ma l’Africa. «Una volta giunto allo stretto ho compreso: dovevo andare oltre, in Africa. Questa idea aveva già iniziato a prendere forma quando mi trovavo a casa. Era solo un’idea, diventata poi concreta poco alla volta. Così, arrivato a Gibilterra, mi sono imbarcato per le coste del Marocco».

Ad ascoltare le sue parole sembra che il viaggio, quello vero, sia iniziato proprio su quel traghetto per il Marocco. Perché l’Africa è tutta un’altra storia rispetto all’Europa, quasi un mondo parallelo la cui porta è quello specchio d’acqua chiamato Mediterraneo. «Quando attraversi il Mediterraneo – riflette Filippo – è come se arrivassi poi in un altro mondo. Ti racconto questa storia, senti. Un giorno in Marocco ho trovato la neve sulle montagne. Due giorni dopo mi sono invece ritrovato nel deserto. Due scenari completamente diversi ma nello stesso luogo. Capisci? La neve e il deserto».

Dal Marocco, Filippo ne ha fatta di strada. Per essere più precisi, dalle coste marocchine il viaggio prosegue attraverso: Sahara occidentale, Mauritania, Senegal, Gambia, Guinea-Bissau, Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Togo, Benin, Nigeria, Camerun, Congo, Angola, Namibia. Infine Sudafrica. Un percorso lungo la costa africana occidentale. «In ognuno di questi paesi ho imparato qualcosa di molto importante. Eppure c’è un insegnamento che ho incontrato durante tutto il tragitto. Si tratta dell’accoglienza. È una cosa enorme, credimi».

Burkina Faso

Il piacere dell’essere ospitali
Viaggiare è come darsi un’occasione. Soprattutto se questo significa attraversare venti stati diversi. È l’occasione per vedere coi propri occhi che il mondo non sempre ti sbatte la porta in faccia. Qualche volta le sue porte sono ben spalancate, nell’attesa che qualcuno le attraversi senza paura. Perché accanto alle cattiverie di tutti i giorni, le persone che incontri sono capaci anche di gesti umani senza tempo. «L’Africa mi ha insegnato l’accoglienza – mi spiega Filippo – Mia madre era giustamente preoccupata quando mi telefonava. Si chiedeva dove avrei dormito la notte o cosa avrei mangiato durante il giorno. A queste sue domande lo sai cosa rispondevo, ogni volta? Rispondevo con un “non lo so”. Non sempre sapevo dove avrei dormito la notte. Sapevo però che da qualche parte mi sarei coricato. Perché ovunque arrivassi trovavo poi dove stare. È sempre andata così. Ovunque mi trovassi sapevo che mi sarei sentito come a casa. Per tante persone, in Africa, è un piacere avere un ospite». E questa parola, “ospite”, a pensarci su è proprio una bella parola. Perché si applica tanto al forestiero quanto al padrone di casa: è ospite sia colui che viene accolto, sia colui che accoglie.

Guinea Bissau

«In Africa trovi tanti villaggi – continua Filippo nel suo racconto – Ognuno di questi mi ha coinvolto nella loro vita, in un modo o nell’altro. Quando arrivavo, qualcuno rimaneva meravigliato nel vedermi. I bambini mi venivano incontro, giocavano, toccavano tutto. Era un incontro. Mi chiedevano dell’Europa e dell’Italia, immaginate da queste genti come dei paradisi terrestri in cui puoi fare tutto quel che desideri. Vagli a spiegare che le cose non stanno così! C’è da dire anche che, per molti villaggi, avere in casa un occidentale come ospite è sinonimo di prestigio. Alcuni capi mi invitarono addirittura a prendere in sposa le loro figlie».

Yaffo, Costa d’Avorio

Nigeria: «Un paese che si fa ricordare»
Mentre racconta queste storie, affiorano nuove domande. Una su tutte: è possibile che, in quasi due anni di viaggio, tutto sia andato liscio come l’olio? Perché se il viaggio è un’occasione, lo è soprattutto per sradicarsi un po’ dal proprio ambiente. E questo può anche essere doloroso. Allora glielo chiedo: c’è stato un momento in cui le cose si sono messe male? E la risposta è sì. Qualche volta si sono messe male. «Sono stati pochi i momenti difficili ma ci sono stati – confessa. Ma fai attenzione: sono stati momenti difficili, non negativi. Sono due cose diverse. Una volta, in Sierra Leone, ho avuto un guasto alla bici e i pezzi di ricambio non si trovavano da nessuna parte. Ci ho messo un po’ a recuperarli. Un’altra volta ho invece ho contratto la malaria. Sono stato male per venti giorni con la febbre alta. Successivamente, in Nigeria, sono stato “arrestato” per due volte. Mi hanno tenuto in custodia per parecchie ore, pensavano fossi un terrorista. Un giorno mi trovavo in un villaggio, ero tutto coperto, avevo anche una sciarpa tirata su fino al naso. Beh, gli abitanti chiamarono la polizia informandola che nel villaggio era arrivato un terrorista. Vaglielo a spiegare che non era così. Fortunatamente, dopo gli accertamenti del caso, la polizia si è convinta a lasciarmi andare. La Nigeria si fa ricordare. Sono felice di esserci stato».

Tornare a casa
Poi un giorno, dopo tante avventure, Filippo decide di prepararsi per un altro viaggio altrettanto importante: quello di ritorno verso casa. «Dopo quasi due anni di viaggio ero come sazio» dice, senza aggiungere nient’altro. Ad accoglierlo al rientro c’è tutta la comunità di Castelnuovo Don Bosco, famiglia compresa. Lo accolgono così come è stato accolto nei villaggi africani. Le persone lo avvicinano, lo abbracciano, qualcuno scatta fotografie. È una festa. Anche questo è un insegnamento africano: accogliere un essere umano è come rendergli omaggio. Ed è proprio in quel momento che è necessario far festa. Un viaggio lungo 25mila chilometri per imparare che «casa» è ovunque ci sia un ospite pronto ad accoglierti.

Nouakchott, Mauritania





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