La recente transizione alla guida degli Stati Uniti, con la fine del mandato di Donald Trump e l’avvento di Joe Biden, dovrebbe rappresentare secondo l’opinione dell’informazione mainstream, il ritorno dell’America a una politica attenta all’ambiente, attraverso una ritrovata sensibilità nei confronti dei problemi ecologici e dello spettro ormai incombente dei cambiamenti climatici. A confermarlo, ci sarebbe il rientro degli U.S.A. nell’accordo di Parigi, tra i primi provvedimenti a inaugurare il mandato del 46esimo presidente. Una scelta significativa, che da sola, però, non basta.

Premesso che nessuna delle passate amministrazioni americane, fossero state esse a guida repubblicana o democratica, ha mai brillato per la propria sensibilità in materia ambientale, occorre sottolineare come altre decisioni della neonata amministrazione Biden non sembrino, almeno in nuce, rivelarsi prodromiche di un reale ed efficace cambio di passo nell’ambito dei problemi ecologici e più in generale in quello di un miglioramento della qualità di vita dei cittadini.

La scelta di Tom Vilsack come segretario all’Agricoltura ha destato più di una perplessità perfino fra una cospicua parte degli elettori democratici, oltre che fra le varie categorie imprenditoriali alle quali suddetto ministero estende la propria influenza. Vilsack nella sua lunga carriera si è infatti distinto per molte cose, ma non sicuramente per il proprio spirito ecologista, arrivando a meritarsi sul campo il soprannome di “Mister Monsanto” che senza dubbio non trasuda sensibilità ambientale.
Negli otto anni in cui ha ricoperto questa stessa carica all’interno dell’amministrazione Obama, Vilsack si è infatti distinto per il proprio sostegno ai grandi gruppi industriali, tanto in ambito agricolo quanto in quello degli allevamenti intensivi, a detrimento dei contadini e degli allevatori indipendenti e più in generale di tutto il settore legato al biologico. Ha approvato più organismi geneticamente modificati di qualunque altro segretario all’Agricoltura nella storia del paese, molti dei quali prodotti dalla multinazionale Monsanto (da qui l’origine del soprannome) e progettati per resistere all’aggressione di pesticidi, come il tristemente famoso Roundup a base di glifosato. Ha sostenuto l’utilizzo di mangimi ogm ricchi di pesticidi, senza mostrare alcuna sensibilità sia per quanto concerne la causa ambientale, sia nel preservare la salute dei cittadini.

Occorre tenere conto del fatto che in qualsiasi “svolta verde” degli Stati Uniti il dipartimento dell’Agricoltura sarebbe chiamato a rivestire un ruolo di primo piano, sia in virtù dell’altissimo budget a sua disposizione, arrivando perfino a possedere una sorta di banca (Commodity credit corporation) che potenzialmente potrebbe sostenere progetti che mirino a portare l’energia eolica e solare nelle aree rurali, sia essendo responsabile attraverso il Servizio forestale di 80 milioni di ettari di terreno sul territorio nazionale, falcidiato ogni anno più gravemente dalla piaga degli incendi. Immaginare che l’artefice di una svolta di questo genere possa essere proprio “Mister Monsanto” non sembra in verità un’ipotesi molto realistica.

Joe Biden ha recentemente manifestato l’intenzione di volere utilizzare la struttura del Green New Deal per il proprio progetto mirato a combattere i cambiamenti climatici, incassando il sostegno dell’ala progressista e ambientalista dei suoi sostenitori. Il GND era un piano prodotto da alcuni gruppi ambientalisti e dalla frangia progressista del Partito Democratico, mirante a raggiungere il 100% di energia rinnovabile entro il 2030, rivedere il sistema di trasporto, aggiornare le reti energetiche e produrre investimenti pubblici in energie rinnovabili. Il tutto garantendo posti di lavoro con salari sostenibili per le famiglie e assistenza sanitaria universale. Un piano dal costo stimato di 10 trilioni di dollari in 10 anni, mai tradotto in realtà durante l’amministrazione Obama, in grado di suscitare comunque non poche perplessità a causa dell’enorme mole di denaro dei contribuenti che sarebbe stato indirizzato nell’industria privata, generando profitti miliardari di cui avrebbero finito per beneficiare le stesse corporation che avevano contribuito a creare il problema dei cambiamenti climatici.
Il progetto ventilato da Biden, se mai si traducesse in realtà, sarebbe costituito da una sorta di GND depotenziato, dal costo di 2 trilioni di dollari in 4 anni, senza alcun obiettivo riguardante i posti di lavoro e l’assistenza sanitaria. Insomma anche qualora Biden riuscisse a portare avanti un piano di questo genere, cosa che non è per nulla scontata, non si tratterebbe comunque di un cambio di passo radicale dell’America nei confronti del problema climatico, ma piuttosto di una modesta panacea in grado nella migliore delle ipotesi di stemperarne un poco gli impatti nel breve periodo, senza comunque evitare la catastrofe prossima ventura.

L’America di Biden sarà più “verde” di quanto non lo sia stata nel corso delle amministrazioni precedenti? Nell’interesse di noi tutti è naturalmente lecito sperarlo, ma guardando le premesse con occhi disincantati diventa in tutta onestà davvero difficile immaginarlo.





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