Ci sono voluti nove anni di processi perché la verità sull’omicidio Cucchi venisse alla luce. Arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti, è stato picchiato brutalmente dai carabinieri che lo stavano interrogando. È stato preso a schiaffi, gettato a terra, preso a calci sul corpo e sul volto. A raccontarlo è finalmente uno dei loro colleghi, presente al pestaggio, che avrebbe anche tentato di fermare l’aggressione e ripetutamente denunciato l’accaduto ai suoi superiori, senza alcun esito. Le foto del cadavere segnato dalla violenza erano diventate un cartello che la sorella di Stefano Cucchi ostentava da anni, nel tentativo di rompere il muro di omertà che ostinatamente negava ogni addebito, quando non inventava pietose e grottesche bugie per nascondere i fatti. E se nove anni sembrano tanti, pensate che per arrivare ad accusare gli assassini in divisa di Serena Mollicone, studentessa diciottenne di Arce, nel Frusinate, ce ne sono voluti sedici. Il 1 giugno del 2001 è entrata viva e uscita morta dalla caserma dei Carabinieri. Il primo a riferirlo ai giudici fu anni fa un brigadiere, Santino Tuzi, subito dopo molto opportunamente morto in un improbabile suicidio. Oggi sono indagati per l’omicidio della ragazzina l’ex comandante della caserma, maresciallo Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie.

Da Carabiniere in congedo, che stima e rispetta l’Arma, non posso che soffrire nel leggere queste notizie, che certamente gettano un’ombra pesante sul lavoro di tanti uomini e donne delle forze dell’ordine che svolgono il loro compito con impegno, umanità e responsabilità. Ma non voglio fare un pippotto sulle “poche mele marce” o su quanto bravi siano tutti gli altri: voglio proporre una riflessione più ampia sul rapporto tra cittadini e istituzioni, e in particolare sull’uso della forza. Le forze di polizia posseggono, nella struttura di uno Stato democratico, un potere del tutto speciale: quello di usare la forza, al fine di proteggere i cittadini da abusi e violenze, ma anche per svolgere i loro compiti, come assicurare alla giustizia persone sospettate di reati. I cittadini rinunciano a questa capacità, demandando a chi veste la divisa tale onere e potere. Per questo motivo indossare quella divisa implica una enorme responsabilità. Implica l’impegno di saper valutare e decidere quando e dove sia utile e necessario usare la forza, persino quando sia utile e necessario fare uso delle armi. Se invece questo potere viene abusato ai danni di cittadini innocenti, o anche colpevoli, ma indifesi e inoffensivi, quando insomma la divisa diventa uno scudo per mascherare violenze e soprusi, il patto di fiducia tra cittadino e istituzioni viene lacerato in modo irreparabile.

E questo è, secondo me, il danno più grave che gli assassini di Cucchi, come della Mollicone, hanno provocato. Perché viviamo da decenni in un costante e fatale peggioramento nel rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Le mille promesse elettorali mai mantenute; le scelte dei governi in ambito economico e di politica estera che una grande parte della popolazione ha sentito di subire senza aver voce in capitolo; la gestione delle crisi economiche secondo l’odiosa e alla prova dei fatti inefficace ricetta dell’austerità al ritornello del “ce lo chiede l’Europa”; il ricorrente salvataggio delle banche che ormai molti cittadini percepiscono – a torto o a ragione che sia – quali responsabili delle stesse crisi; l’infinita serie di scandali, indagini, arresti e condanne di esponenti della politica, della finanza e di altri circoli di potere coinvolti nella corruzione, che oltretutto spesso scampano anche alle conseguenze tramite cavilli, scappatoie burocratiche o condoni ad hoc: tutto questo ha condotto vasti strati della popolazione, a mio parere molto più vasti di quanto i media tradizionali raffigurino, in prossimità di un punto di rottura. I risultati delle elezioni premiano in modo sempre più significativo solo movimenti o partiti che esprimano lo scontento e il desiderio di cambiamenti radicali, e ogni governo e parlamento che dimostri l’incapacità di assolvere a queste richieste radicalizza ulteriormente il voto successivo.

La fiducia nella politica “moderata” è ai minimi storici. La fiducia nelle strutture economiche ha ormai valore negativo. La fiducia nelle autorità sanitarie sta giungendo al punto più basso della storia. La fiducia nei media tradizionali va costantemente calando. Se anche la fiducia nelle forze dell’ordine e nella magistratura scendesse sotto il livello di guardia, tra i cittadini italiani e lo Stato Italiano la rottura sarebbe completa e irreversibile. In altre epoche un popolo di sudditi poteva venire “tenuto in riga” con la minaccia e con la violenza, ma i sistemi moderni non funzionano più in questo modo. Le popolazioni attuali non sono più disposte a farsi spaventare, hanno compreso molto bene che lo Stato non può funzionare senza la loro collaborazione. E la reazione passa rapidamente dal collaborare allo smettere di collaborare, fino al ribellarsi apertamente. È mia convinzione che, se non si inizia seriamente a recuperare la fiducia tra Istituzioni e cittadini, questo Stato andrà presto incontro a una catastrofe. È lo Stato che deve funzionare bene per noi, non siamo noi a dover funzionare bene per lo Stato.

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