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Eccoci arrivati, finalmente, alla resa dei conti. Archiviata la triste e, per alcuni, deludente esperienza del governo Prodi e celebrato il secondo anniversario della legge 49/2006, lo scenario che ci troviamo davanti agli occhi non è certo dei migliori e le prospettive per il futuro lasciano presagire tempi ancor più cupi.

Come era prevedibile (e, da qualcuno, ampiamente previsto), la maggioranza uscente ha perso forse l’ultima occasione per correggere almeno alcuni dei danni provocati dal precedente governo di centrodestra. Non solo: con il fondamentale avallo dei “paladini” dei diritti civili, alfieri della “nuova liberazione” dal clerico-fascismo, questa scompaginata compagine governativa è riuscita addirittura, per quanto ha potuto, a peggiorare la situazione, restringendo ulteriormente la sfera delle libertà individuali e consolidando l’insopportabile tendenza di uno Stato etico, quale è il nostro, a ingerirsi in ambiti della nostra vita che sono e devono rimanere privati.

Sarebbe fin troppo facile per noi (che in totale solitudine vi abbiamo invitato a diffidare dalle bugie di Prodi, già nel 2006, ben prima che andasse al governo), assumere il ruolo di novelli grilli parlanti e fare un’interminabile lista di “ve l’avevamo detto”… D’altronde, ora che è caduto, sono in tanti a rinfacciargli le sue responsabilità. È curioso notare come i più astiosi e irriverenti in questa attività siano, adesso, proprio coloro che, fintanto che è durato, hanno speso tante energie per comprendere, giustificare, sfumare e tentare di edulcorare ciò che, in realtà, era evidente a tutti (traendone, nel frattempo, indubbi vantaggi).

Ma ciò che conta (e di cui dobbiamo urgentemente occuparci), è che:
proprio in questa fase in cui tutto sembrava stagnante e immutabile
si è affermata con forza una spirale di intolleranza e oscurantismo di stampo biecamente revisionistico, protesa verso un passato che in molti pensavano di aver consegnato alla storia e che si ripropone, invece, con prepotenza, rivelandosi di stringente attualità. Una spirale, questa, che si era innescata già dal tempo della legge sulla fecondazione assistita (e dal disastroso risultato referendario che ne è conseguito), che si è manifestata con arroganza nei mesi successivi (fino ad arrivare all’approvazione della “Fini-Giovanardi”, con le modalità che ben conosciamo) e che si è definitivamente affermata in seguito all’inerzia di coloro che, convinti di potersi cullare su antiche conquiste ormai acquisite, hanno assistito (e, in qualche caso, anche contribuito attivamente) all’affermarsi della “rivalsa storica” di quelle forze reazionarie, ancora così forti nel nostro Paese, che arrivano oggi a rimettere sul tavolo questioni che mai, in fondo, si è riusciti a risolvere in via definitiva. Come quella che riguarda l’aborto, ad esempio, e le diverse applicazioni possibili della legge 194.

Non possiamo fare a meno, allora, di riconsiderare tutte le nostre priorità, perché la posta si alza e domani potrebbe essere in gioco molto più di quanto oggi sia dato immaginare. È evidente a tutti che, nella migliore delle ipotesi, nessuno metterà in discussione l’attuale normativa sulle sostanze stupefacenti per almeno altri cinque anni. Non lo farebbe certo questa improbabile sinistra, semmai dovesse tornare ad avere una responsabilità di governo (cosa, questa, che, allo stato attuale, appare poco più di un’ipotesi puramente teorica). Tantomeno possiamo aspettarci che sia un nuovo governo Berlusconi a rinnegare quanto fatto in precedenza (anzi, dato che non c’è limite al peggio, dovremmo pure mettere in conto delle potenziali modifiche in senso peggiorativo).

Per queste ragioni, non possiamo permetterci di continuare a sventolare nostalgicamente quello che, in altri tempi, è stato un vessillo di libertà ma che ormai appare oltremodo sbiadito e ridotto a brandelli. Sarebbe nulla più che un patetico atto di mera testimonianza. Così, chi ancora oggi pensa che il nodo cruciale per la propria libertà sia rappresentato dal potersi fare una canna in santa pace, purtroppo si sbaglia. Si sbaglia di grosso. Anzi, proprio la marginalizzazione di fenomeni come questo che, pur riguardando fasce importanti della nostra società, vengono considerati problemi ascrivibili a una minoranza, contribuisce a rendere più facile l’esercizio di certe forme di oppressione e repressione.

Come spesso mi è capitato in questi anni in occasione di dibattiti, incontri e articoli come questo, non posso fare a meno di chiedere a ciascuno di voi di provare a considerare quanto ogni giorno ci accade in una prospettiva più ampia. Quando è in gioco la libertà, è stupido e controproducente finalizzare tutti i propri sforzi e le proprie energie a un obiettivo particolare (la “libertà di fare uso di sostanze stupefacenti”, ad esempio, e magari, all’interno di questo già ristretto dominio, la sterile contrapposizione tra le droghe sintetiche e quelle naturali). Le divisioni generano altre divisioni e quanto più saremo divisi, tanto più sarà facile colpirci.

Non da oggi, ritengo che l’errore che in più di un’occasione è stato commesso in questi anni sia stato quello di banalizzare, riducendole a un fenomeno gestibile in maniera parasindacale, le istanze di volta in volta interessate da un determinato provvedimento di riforma, cedendo a un istinto corporativistico che puntualmente riemerge dalla nostra storia più remota. In tal modo, a mobilitarsi per una legge sulla procreazione medicalmente assistita più umana e dignitosa sono state principalmente le coppie sterili (mentre la gran parte dell’opinione pubblica pensava: “non è un problema mio, e comunque non sono un biologo”). Quando si è trattato di difendere la libertà di ricerca scientifica, questa è diventata una questione che riguardava “i diritti del malato” (e non i diritti di tutti i cittadini). Lo stesso discorso lo si potrebbe fare per la battaglia sulla legalizzazione (della marijuana o delle altre sostanze), ridotta a una forma di “estremismo”, apparentemente fomentata da una pletora di “drogati” o, tuttalpiù, a un preteso diritto di libertà terapeutica in favore di quei pochi sfortunati che forse avrebbero potuto trarne beneficio.

È doveroso, a questo punto, riflettere sul senso profondo del termine antiproibizionismo e interrogarci su quali siano, oggi, le nuove proibizioni, che limitano innanzi tutto l’accesso alla conoscenza e la capacità di impresa (intesa nella sua accezione più ampia) e di iniziativa dei singoli che, anche in politica, sempre più viene surrogata da una male interpretata partecipazione, nuovo volto di una deriva democraticistica che ben poco ha a che fare con la democrazia. Arrendersi o rilanciare, dunque. Noi scegliamo di rilanciare, consapevoli dei nostri limiti e della nostra attuale inadeguatezza di fronte a un obiettivo così ambizioso. Senza il vostro supporto, però, rischiamo seriamente di non farcela.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica
Antiproibizionisti.it

 





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