La caduta del primo governo nella storia della Repubblica italiana guidato da un partito di maggioranza dichiaratamente antiproibizionista è un’ottima notizia per tutti gli antiproibizionisti. Un evidente paradosso che rende chiaro lo stano corto circuito politico nel quale è finito il governo giallo-verde. Perché con questo governo, ormai, le cose per quanto riguarda la cannabis e l’approccio alle droghe in generale potevano solo peggiorare rispetto al già non certo esaltante quadro attuale.

La cannabis è stata fin dal principio terreno di scontro tra i due soci del governo. Proprio su questo tema si registrò, nel giugno dello scorso anno, il primo vero scontro politico tra Movimento 5 Stelle e Lega dalla nascita del governo Conte. Con la Lega a reclamare, attraverso il ministro Lorenzo Fontana, tolleranza zero verso i consumatori di sostanze e il M5S a rispondere – attraverso l’intervista esclusiva del senatore Matteo Mantero a Dolce Vita – rilanciando la proposta di legge pentastellata per la legalizzazione dell’autoproduzione e del consumo di cannabis.

Per alcuni mesi il governo sul tema della cannabis (inclusa quella “light”) è andato avanti così: da una parte le offensive proibizioniste della Lega, dall’altra le contro-offensive del Movimento 5 Stelle con le proposte di legge firmate da Matteo Mantero e dal senatore Lello Chiampolillo per garantire maggiore accesso alla cannabis anche per i malati. Poi, come un po’ su tutti i temi, con i sondaggi che davano la Lega in costante crescita e il M5S in affanno si è arrivati a un completo ribaltamento dei rapporti di forza. Il partito di Salvini sempre più all’attacco e i 5 Stelle ad arrancare in nulla più che la difesa dell’attuale, pessimo, status quo legislativo.

Eravamo arrivati al punto in cui, sul fronte cannabis, non solo nulla sarebbe potuto migliorare, ma anzi Matteo Salvini utilizzava il ministero degli Interni per inviare a tutti i prefetti circolari che invitavano a controllare e chiudere con ogni pretesto i negozi che vendono cannabis light. Mentre i suoi ministri proponevano nuove leggi per vietarne esplicitamente il commercio e per punire ulteriormente – con sanzioni, percorsi di cura obbligatori, e chissà cos’altro – i consumatori di droghe leggere.

Il paradosso si è così compiuto. Il primo governo guidato da un ampia maggioranza di parlamentari antiproibizionisti era di fatto caduto tra le mani del partito di minoranza relativa che, avendo meno del 20% dei seggi in Parlamento, pretendeva di dettare la linea. E di fatto ci riusciva. Con questi presupposti ogni antiproibizionista può tirare un sospiro di sollievo di fronte alla prossima caduta del governo.

Ora è difficile fare previsioni sul futuro, capire se si tornerà a breve alle urne o se il M5S cercherà nuove alleanze in Parlamento. In ogni caso, difficilmente potrà andare peggio di così. Noi continueremo a ribadire – sperando che esistano anche tra i politici orecchie capaci di ascoltare – che la legalizzazione in Italia è una priorità non solo per chi si fa le canne ma per molte altre buone ragioni. Mentre tutti gli antiproibizionisti dovrebbero iniziare a ripetere, capire ed imparare il motto che da sempre guida i ribelli No-Tav: “Non esistono governi amici”. L’unica cosa che va fatta è continuare nella lotta per una causa giusta, senza concedere credito al politico di turno.





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