L’espansione della filiera italiana del fiore di canapa è strettamente legata al crescente interesse delle persone verso i composti naturali (legali come CBD e CBG, escluso quindi il THC) capaci di interagire con il corpo umano, soprattutto attraverso il sistema endocannabinoide. La domanda di infiorescenze ha di conseguenza travolto il settore agricolo, con la rapida moltiplicazione delle coltivazioni di canapa da fiore in tutta Italia, a partire dalle Regioni storicamente dedite a questa coltura.

Tuttavia, nei decenni passati i canapicoltori italiani erano prettamente votati al raccolto della paglia (formata da fibra e canapulo) e del seme, componenti della pianta utilizzati per la produzione industriale di fibra, carta, alimentare ecc. L’infiorescenza veniva perlopiù considerata materiale di scarto e pochissimi azzardavano a immettere i fiori e le foglie di canapa a basso livello di THC sul mercato dei prodotti alimentari, ad esempio sotto forma di tisane.

Da quando le aziende italiane hanno cominciato a vendere confezioni di infiorescenze e derivati – ufficialmente destinati a uso tecnico, ma in pratica utilizzati dagli incuriositi acquirenti come surrogato di tabacco e cannabis – in molti hanno deciso di intraprendere nel nostro paese la coltivazione di canapa da fiore, di gran lunga più redditizia di quella da seme o fibra. Alcuni hanno però sottovalutato le sfide che presenta oggi questo settore.

Le sfide dell’indotto agricolo legato alle infiorescenze
L’incontro con alcuni agricoltori italiani del fiore di canapa, dalle terre di lavoro campane alle ricche vallate venete, mi rivela che non è così facile come sembra affermarsi in questa nuova economia. Numerosi breeder improvvisati si sono scontrati con gli insuccessi dovuti a raccolti poco soddisfacenti (fiori con semi, muffe o di scarsa qualità e quantità) o a difficoltà nella ricerca di acquirenti del prodotto finale. In realtà, la gestione della coltivazione da fiore presenta delle specificità che richiedono competenze agronomiche particolari, paragonabili a quelle di florovivaisti esperti.

Quest’anno molte delle infiorescenze di canapa raccolte in Italia sono rimaste invendute e i rispettivi agricoltori hanno in molti casi deciso di non ripetere l’esperienza. Eppure il fiore di canapa italiano è rinomato e ampiamente richiesto sul mercato estero. Ciò grazie ad aziende “elitarie” che si sono specializzate nella riproduzione di varietà selezionate per l’esaltazione delle proprietà organolettiche della canapa. Ad oggi sono comunque ben poche le imprese italiane che possono contare su produzioni stabili e finemente controllate, capaci di ottenere fiori di alta qualità, spendibili sul mercato italiano ed estero dei prodotti a base di canapa da inalazione e da estrazione.

I coltivatori che producono cannabis light
A ben vedere, avviare in maniera non avventata questo tipo di attività richiede l’adozione di infrastrutture adeguate e investimenti che possono superare diverse decine di migliaia di euro. È infatti difficile ottenere un raccolto adatto al mercato della cannabis light a partire da coltivazioni outdoor. Le produzioni artigianali di infiorescenze confezionate, preferite dai consumatori, sono realizzate indoor, oppure utilizzano serre e tecniche specifiche, ad esempio, per l’irrigazione, la concimazione e la schermatura dei raggi UV.

L’attuale orientamento legislativo sembrerebbe vietare a queste aziende la riproducibilità di talee e l’utilizzo di sementi non certificate, cioè non iscritte al catalogo comune delle varietà agricole dell’Unione Europea. Ciò frena enormemente l’innovazione e le potenzialità di crescita delle imprese italiane rispetto alle concorrenti straniere, soprattutto svizzere. Le genetiche finora registrate nell’elenco europeo non si sono rivelate infatti le migliori in questo campo, dato che sono state in larga maggioranza selezionate per la produzione di fibra e sementi.

Al momento però i controlli sulla tracciabilità delle piante sono quasi del tutto assenti, soprattutto quando il prodotto finale è destinato a essere immesso nelle filiere no food (cioè diverse da quella alimentare), lasciando ampia possibilità ai canapicoltori di aggirare i vincoli legali. Pur costretti a muoversi nell’ombra dell’incertezza normativa, i coltivatori nostrani non si mostrano demotivati alla ricerca e alla selezione delle varietà più idonee a soddisfare i gusti dei loro clienti, e a tal fine si spingono a sperimentare tecniche di ibridazione o l’impianto di talee, talvolta acquistate all’estero.

La raccolta di biomassa destinata alla produzione di estratti a base di cannabinoidi
D’altro lato, il mercato della biomassa di canapa utilizzata per la fabbricazione di estratti ricchi di cannabinoidi (oli, cristalli, ecc) è strutturato maggiormente su scala industriale e presenta perciò ingenti costi di investimento. Questo settore richiede coltivazioni estensive per produrre outdoor grandi quantità di raccolto da destinare agli impianti di trasformazione. Le aziende sono inoltre vincolate al rispetto di standard qualitativi, peraltro difficili da controllare su vaste aree, determinati dalle norme del settore specifico (alimentare, cosmetico, erboristico, fitoterapico) in cui sarà immesso il prodotto finale a base di canapa.

L’Italia vanta un contesto pedoclimatico ideale per queste colture ma al momento non esistono impianti per la lavorazione della canapa capaci di sostenere adeguatamente lo sviluppo del rispettivo indotto. Si lamenta in particolare la scarsa diffusione e capacità produttiva dei siti di trasformazione, nonché l’assenza di finanziamenti e incentivi pubblici a favore dell’innovazione tecnologica, che richiede investimenti costosi, in termini di macchinari e manodopera specializzata, per lo sviluppo di tecniche all’avanguardia.

Politiche pubbliche a favore dei canapicoltori da fiore
Dopo il fallimento delle operazioni di sequestro contro i commercianti di cannabis light, avviate su indirizzo del precedente governo, ci si aspetta dai nuovi ministri un’inversione di tendenza. O quanto meno che l’autorità non si ostini nuovamente contro coloro che, per passione o convenienza, tentano di cogliere le opportunità offerte dall’attuale ascesa sul mercato globale del fiore a basso tenore di THC. Compiere passi avanti nella promozione della filiera canapicola richiede il definitivo abbandono delle politiche orientate alla difesa della pubblica sicurezza, per attrarre, piuttosto che scoraggiare, gli investimenti privati nel vasto settore della biomassa di canapa per estrazioni. Ma prima è necessaria una chiara riforma del quadro regolatorio vigente. Esigenza prioritaria è rimuovere i limiti alla ricerca varietale, così come garantire certezza sulle norme applicabili in materia di infiorescenze “non stupefacenti” e tracciabilità dei processi produttivi. Ciò a tutela sia dei consumatori finali sia delle medie e piccole imprese che attualmente valorizzano l’eccellenza dei prodotti agricoli italiani anche nel settore del fiore di canapa.





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