A fine giugno, il Ministero dell’Istruzione ha presentato le linee guida per il rientro in classe a settembre 2020. Un passaggio delicato, soprattutto per gli aspetti connessi con l’edilizia scolastica, e che infatti ha richiesto il confronto con regioni e enti locali nella conferenza unificata. Le regole di distanziamento fisico imposte dall’emergenza Coronavirus obbligano a un diverso utilizzo degli spazi scolastici. In sintesi, le linee guida fissano prescrizioni e modalità di comportamento, sia generali sia più specifiche per alcuni casi tipici. Mentre le scelte operative, che devono adattarsi alla situazione concreta sul territorio, sono rimesse ai singoli istituti in collaborazione con gli enti locali, sulla base dell’autonomia scolastica. Sarà dall’applicazione concreta delle linee guida sul territorio che dipenderà il ritorno in aula di ragazze e ragazzi.

Ma, dati alla mano, qual è la situazione dell’edilizia scolastica sul territorio, in particolare per quanto riguarda la possibilità di ricavare spazi alternativi? In campo vi sono opzioni tra loro molto diverse, soprattutto in termini di esperienza didattica vissuta bambini e ragazzi. In concreto, quali saranno le strade scelte dipenderà anche dallo stato dell’edilizia scolastica e dalla possibilità, ad esempio, di rimodulare gli spazi interni.

Di stilare un report si è occupato l’Osservatorio Con i Bambini. Un primo elemento interessante da valutare è quanti edifici scolastici in uso non sono stati costruiti appositamente per questo scopo, ma riadattati solo successivamente per attività didattiche. Secondo i dati elaborato da Con i Bambini e Openpolis, circa il 77% degli edifici scolastici è stato costruito già con questa funzione, mentre quasi un edificio su 4 (23%) è stato riadattato solo in seguito per un uso scolastico. Queste percentuali variano molto da regione a regione. Si trovano infatti al di sotto della media nazionale Campania (61% di edifici costruiti appositamente per uso scolastico), Emilia-Romagna (69%), Umbria e Calabria (70%), Lazio (73%), Liguria e Puglia (75%). Oltre l’85% degli edifici era concepito per un uso scolastico già al momento della costruzione in Abruzzo, Sardegna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Molise. Scendendo a livello locale, si notano delle differenze sensibili in base al tipo di comune.

Anche tra le città maggiori ci sono comunque delle differenze. Isolando i 15 comuni italiani con oltre 200 mila abitanti, 8 presentano un dato in linea o superiore alla media nazionale. In particolare Torino (oltre il 90% di edifici costruiti per uso scolastico) e Padova, Catania e Trieste (quota superiore all’80%). In tre città la quota di edifici scolastici costruiti appositamente per questo scopo non raggiunge la metà del totale, in base ai dati Miur. Si tratta di Bologna, Milano e Napoli.

Un altro aspetto da valutare nella realizzazione degli interventi è la presenza di complessi storici, o comunque edifici vetusti. Anche da questo punto di vista, vi sono differenze tra una regione e l’altra. Se si prende in considerazione l’incidenza di edifici che hanno almeno 100 anni, in Liguria circa il 20% del patrimonio edilizio scolastico è stato costruito prima del 1920, in Piemonte il 16% e attorno al 10% in Lombardia, Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Toscana e Friuli Venezia Giulia.

Siamo davanti a una emergenza, ma anche a una grande opportunità: ripensare lo sviluppo del paese mettendo realmente al centro i minori e promuovendo comunità educanti – ha commentato Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini. La scuola è un fattore centrale in questo processo, anche se non l’unico. Abbiamo una edilizia scolastica vecchia, come anno di costruzione, ma non è da meno il modello educativo per il quale sono stati progettati gli edifici o, peggio, sono stati riconvertiti. Penso invece al Centro educativo di Mirto a Partinico, voluto da Danilo Dolci e ideato con gli stessi ragazzi e abitanti a metà anni ’70, con aule e spazi a misura di bambino e pensati per una didattica innovativa. Dopo 45 anni, però, quell’approccio è considerato ancora ‘nuovo’ e non è diventato esperienza diffusa nel paese”.

Le regioni dove incide maggiormente la presenza di edilizia scolastica post 1976 sono Puglia, Molise, Calabria e Sardegna. In questi territori circa la metà del patrimonio di edilizia scolastica è stato costruito negli ultimi 45 anni. Le regioni con minor presenza di edifici costruiti dopo il ’76 sono Liguria (23%), Veneto (20%) e Piemonte (7%). Nel caso di Piemonte e Veneto però incide anche l’alta quota di edifici per cui questa informazione non è disponibile: 36% in Veneto, 58% in Piemonte.

Questi dati, ovviamente, sono eterogenei anche all’interno delle stesse regioni, una volta osservati comune per comune. La quota di edifici costruiti dopo il 1976 è più bassa soprattutto nelle città principali, dove i servizi scolastici si sono sviluppati storicamente prima. Ad esempio nei comuni polo, baricentrici in termini di servizi, il 31% degli edifici è stato costruito dopo il 1976, dato che sale al 37% nei comuni più esterni, da quelli di cintura a quelli periferici. Del resto, nei comuni polo è anche più diffusa la presenza di patrimonio edilizio antecedente al 1920: 1 edificio su 10 in media, contro il 7% dei comuni cintura (l’hinterland delle maggiori città) e il 3% dei comuni periferici. Nelle aree interne, oltre la metà del patrimonio edilizio scolastico è stato costruito tra il 1921 e il 1975 (52-53% in media nei comuni periferici e ultra periferici, contro il 49% dei poli e il 43% dei comuni cintura).

Fonte: Openpolis





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