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Quanto conta la figura del produttore nel rap? Intervista a TY1

Da diversi anni anche in Italia la figura del producer viene dato il risalto che merita. Il produttore discografico oggi è diventato un artista importante al pari (ma a volte anche di più) di quello da lui prodotto. Ma chi e cosa fa veramente un producer?
Proviamo a scoprire insieme qualcosa in più su questa figura professionale fondamentale per la creazione di musica con TY1, al secolo Gianluca Cranco, classe ’79, da Salerno. In oltre vent’anni di carriera, TY1 ha lavorato con i migliori – Clementino, Marracash, Guè Pequeno -, una voce autorevole che abbiamo intercettato grazie a “Djungle”, il suo nuovo progetto che unisce mostri sacri e nuove leve del rap: Marra e Taxi B, Guè e Capo Plaza, Noyz Narcos e Speranza, Massimo Pericolo, Rkomi e moti altri. C’è anche M¥SS KETA, ma la chicca arriva con “Nun Me Saje” ft. Neffa, con il quale aveva già lavorato.

Cosa rappresenta oggi la figura del producer?
Ora c’è una grande attenzione verso i produttori. È un ruolo fondamentale, perché non fa solo beat e strumentali, ma direzione artistica e finalmente ci stiamo prendendo quello che ci è dovuto. Fare un disco come “Djungle” è bello proprio perché ci metti dentro artisti differenti, ricerchi, scopri. Io, per esempio, sono andato a prendere Mc Buzzz, un ragazzino semisconosciuto nato nelle favelas di São Paulo e Vettosi, nuova leva della scena urban napoletana, li ho messi insieme ed è venuto fuori “Pussy”, un pezzo pazzesco. Se non lo avessi fatto, si sarebbero mai incontrati? Non credo. Lo stesso è successo con Neffa e Coez.

A proposito di Neffa: lo troviamo anche qui in “Nun Me Saje”, com’è stato lavorare con lui?
Ha le idee molto chiare e cercare di bucarlo musicalmente non è facile, però, è sempre stato molto pro alla roba mia. In “Aggio perzo ‘o suonno, il singolo che ho prodotto per Neffa ft. Coez, nelle strofe, ho messo un break super hip hop, mentre in questo disco l’ho messo su una strumentale che è lontanissima dal suo mondo, ma in realtà molto vicina, il beat è bello potente, una roba alla Travis Scott, molto urban e lui lì sopra ci sta da Dio. Del resto ricordiamo tutti le grandi cose che ha fatto nell’hip hop.

Quanto è importante per te rimanere legato alle radici del rap e come sono rappresentate in “Djungle”?
È fondamentale, perché la musica hip hop viene dalla strada e lì trova un senso. Nel disco c’è un pezzo “Novanta” ft. Jake La Furia e Samurai Jay, un ragazzo giovane, che mi fa: “Grazie, mi hai fatto fare qualcosa di nuovo”. È paradossale, perché in quel pezzo c’è un break old school!
Io ho visto le origini e le porto dentro, però sono dj e dentro ho anche il mash-up, così mi è venuto naturale anche produrre in questa maniera, mixare il vecchio e il nuovo, cose che avessero un’atmosfera dance, ma con l’hip hop dentro. Per il singolo con Marra e Geolier, “Fantasmi”, ad esempio mi sono ispirato a “Free” degli Ultra Nate, un pezzo house, ma sotto ho montato un break trap. Penso che in questo disco si trovi tutto un mix di mondi con un unico sound, il mio.

Cosa consiglieresti a un ragazzino che vuole diventare producer?
Di non concentrarsi esclusivamente sul trovare la chiave per fare soldi, ma fare musica, tanta ricerca sul suono, vivere, leggere, guardare film, acculturarsi per cercare di dire qualcosa in più. Una carriera può essere anche molto lunga, vedi Marra, Guè, Jake è tutta gente che non ha mai perso il focus sulla musica. Se poi la tua spacca e viene apprezzata, allora farai anche i soldi.

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