Ho sempre creduto che il carcere fosse lo specchio esasperato della società che riesce a rimanerne fuori. In carcere ci finiscono i criminali, qualche volta, ma più spesso i poveracci che non hanno mai avuto molte alternative. Fintanto che non si viene toccati in prima persona, perché un famigliare è costretto all’esperienza, è molto più semplice, facile e comodo rifugiarsi nei luoghi comuni che rendono edulcorata la nostra percezione.

Prendiamo ad esempio il consumo di psicofarmaci, che all’esterno delle carceri è fenomeno diffusissimo e poco divulgato in termini di dati oggettivi, poiché potrebbe generare l’insorgenza di qualche dubbio. I medici di base prescrivono psicofarmaci generosamente, poiché è la via più breve per placcare le ansie sociali, dovute alla dittatura finanziaria di fatto che è stata instaurata in Europa e della quale non sembra essere permesso avere consapevolezza. Se il consumo degli psicofarmaci è aumentato all’esterno delle carceri, all’interno di essi la distribuzione massiva ha anticipato i tempi.

La popolazione carceraria, in rapporto al personale di custodia, è decisamente sopra gli standard accettabili, l’assistenza sanitaria all’interno degli istituti di pena, in una società che sta smantellando l’accesso alle cure anche fuori dalle prigioni, è affidata all’eroismo di medici costretti a lavorare in situazioni di “frontiera” che hanno poca, anzi nessuna, visibilità all’esterno.

Le case farmaceutiche, probabilmente con scopi non proprio filantropici, provvedono a distribuire e incentivare l’uso di psicofarmaci che hanno il grande vantaggio, per il personale di custodia, di agevolare il loro lavoro poiché i detenuti che abusano delle benzodiazepine che probabilmente le case farmaceutiche forniscono a prezzo di costo, magari in cambio dell’inserimento di altri farmaci nei protocolli nazionali, sono rimbambiti e non danno problemi. Ci sono persone che passano anni in branda ed escono che sono il fantasma di ciò che furono, con il beneplacito di tutti coloro per cui rappresentano il Male.

La distribuzione di psicofarmaci è una pratica vergognosa, infame e vigliacca, sia all’interno che all’esterno delle carceri ed è terribile che possa contare su una serie di collusioni e rassegnati silenzi, sintomo fin troppo chiaro di come hanno piegato le nostre coscienze, quelle di medici, dei giornalisti, dei magistrati, degli assistenti sociali, che scusandosi con loro stessi per non avere alternative, hanno permesso e permettono che questo avvenga.





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