La premessa quando si parla di un carcere più umano è la seguente: le soluzioni alternative alla realtà attuale esistono, ma prima bisogna fare i conti con la “sete di vendetta” insita in ognuno di noi, mascherata da “voglia di giustizia”, e rimetterci quindi alla logica. Infatti, se partiamo dal presupposto che la maggior parte di coloro che oggi sono in carcere, prima o poi torneranno a far parte della società civile, allora tentare di recuperare i detenuti è la strada più intelligente da percorrere. Per tutti.

Comprendo bene le ragioni di chi, colpito in prima persona, vorrebbe veder punito in maniera esemplare chi si è reso responsabile del danno arrecatogli, a volte irreversibile, – penso, ad esempio, ai casi in cui a rimetterci sono i nostri familiari -, ma neanche l’occhio per occhio, dente per dente si è dimostrato inequivocabilmente la panacea del male. Quindi, corro il rischio di indisporvi e torno al focus di questo scritto: le alternative.

Lavoro
Pensate se in tutte le carceri italiane vi fosse un forno per fare il pane e i detenuti venissero impiegati nel panificio non solo per soddisfare il fabbisogno interno, ma anche per vendere all’esterno i loro prodotti, attraverso procedure stabilite dall’amministrazione penitenziaria. L’esempio del pane non è casuale, è un alimento “mistico”, fare il fornaio non è un lavoro ma una missione. Al carcere femminile della Giudecca ad esempio, esiste un orto curato dalle detenute. Oltre a riabilitarsi attraverso il lavoro, quando riguadagneranno la libertà, con il ricavato del venduto si troveranno una base da cui ripartire.

Sesso e affetti
Un aspetto di cui non si parla mai è quello legato ai rapporti sessuali all’interno delle carceri. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi Europei, dove ai detenuti è preclusa la possibilità di avere rapporti intimi con le proprie mogli o conviventi. In Spagna, questo diritto invece è garantito; si chiama vis-a-vis.
Facile, facilissimo, immaginare le reazioni di chi, anche se libero non riesce a praticare il sesso come vorrebbe e come una certa politica sarebbe lì pronta ad aizzarli verso derive animalesche con conseguente alzata di scudi. Tuttavia che giovamento ricava la società nel negare loro l’intimità?

Nel suo libro “Aboliamo le prigioni?”, Angela Davis scriveva che siccome sarebbe troppo penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita. Pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli individui indesiderabili, ma non è così. Domani, “ristretti” potremmo essere anche noi. Ecco perché la sfida più ardua e urgente, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in quello che i prigionieri chiamano “il mondo libero”.





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