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Un dato estremamente interessante, curiosamente accantonato e quasi rimosso, e che ci costringe a rimettere in gioco la necessità di una ricerca biochimica, dato confermato da tutti gli studi sui malati di mente, è quello della notevole tolleranza degli psicotici, schizofrenici in particolare, all’azione farmacologica della maggior parte delle sostanze psichedeliche. Tolleranza che in molti casi presenta aspetti clamorosi, e si traduce nell’assoluta mancanza di qualsiasi effetto, anche semplicemente vegetativo, dopo la somministrazione di dosi anche massicce. Mi pare evidente che l’approccio psicodinamico non potrà mai dirci perché un soggetto sano, anche con una dose molto bassa, ad esempio 50 mcg. di LSD, presenta intensi disturbi vegetativi e singolari manifestazioni di modificazioni percettive ed emozionali, mentre un soggetto psicotico, anche dopo 700 mcg. di LSD, presenta modificazioni percettive del tutto insignificanti. Mi pare difficile non accorgersi della possibilità che, unitamente a molti altri fattori sia traumatici sia ambientali, le psicosi endogene possono essere il risultato di una modificazione neurochimica. Non a caso molte ricerche degli anni ‘60-‘70 evidenziarono la presenza nel sangue e nelle urine dei pazienti psichiatrici di derivati di varie sostanze, specialmente di metaboliti della DMT.

Un altro grande rischio dell’approccio esclusivamente fenomenologico consiste nella tendenza che personalmente osservo in parte dell’attuale ricerca, vale a dire nel fare “di tutta l’erba un fascio”, nel senso di raggruppare tutte le sostanze psichedeliche in un’unica grande categoria, indipendentemente dalla loro natura chimica. Le sostanze psichedeliche presentano sostanziali differenze, in base alla loro struttura chimica. Personalmente considero la classificazione migliore quella proposta dallo psichiatra Naranjo, che divise gli allucinogeni in: allucinogeni percettivi (di tipo indolico e fenitelaminico), empatogeni (MDMA e correlati), e onirogeni (armalina e ibogaina). Nella prima classe ci sono gli allucinogeni maggiori, e a sua volta comprende quattro grandi gruppi, tre di tipo indolico, LSD, psilocibina e DMT e uno fenitelaminico, la mescalina.

Negli empatogeni sono comprese tutte quelle molecole di natura anfetaminica che producono effetti percettivi sostanzialmente trascurabili ed effetti emotivi intensi. Tra di essi vale la pena di ricordare la MDA, conosciuta in gergo come love drug, e soprattutto la MDMA, o ecstasy.

Tra gli onirogeni vale la pena ricordare l’armalina e l’ibogaina. La prima è, insieme alla DMT, il principio attivo dell’ayahuasca, la bevanda allucinogena amazzonica che oggi è utilizzata come sacramento nel culto sincretico del Santo Daime. L’ibogaina è invece il principale composto psicoattivo della pianta Tabernanthe iboga, la cui radice polverizzata è usata nel culto buiti diffuso in Gabon, Congo, Camerun e Zaire.

Ovviamente è difficile inserire le singole molecole in classi ben definite, ma le varie sostanze presentano un’azione farmacologica che può essere definita – sia pur con beneficio d’inventario – specifica; l’analisi di questa azione “specifica” e la sua comprensione può portare ad una “mappa del potenziale terapeutico” o “sperimentale” in cui una sostanza o una classe di sostanze è preferibile ad un’altra in base alla sua azione biochimica.

Dai dati che emergono dalla letteratura scientifica e dai risultati (molto limitati) ottenuti da un questionario anonimo che la SISSC ha raccolto tra i consumatori ricreazionali di sostanze psicoattive, ho potuto studiare il potenziale psicoterapeutico di alcune sostanze: la mescalina, la MDMA, la DMT e l’ayahuasca. Pur essendo, ripeto, dati sostanzialmente limitati, anche perché non sono frutto di “ricerche sul campo” (tranne che nel caso dell’ayahuasca) o di osservazioni dirette, e quindi necessiterebbero di ulteriori conferme, ritengo che questo studio abbia una sua validità intrinseca e che sia un contributo, sia pur minimo, in direzione di quella che si potrebbe chiamare “mappa del potenziale terapeutico”.

Una cosa è da chiarire bene, per non generare confusione: bisogna distinguere fra terapia psichedelica ed esperienza psichedelica, anche se a volte può anche quest’ultima avere risultati benefici sul piano psichico e rientrare in pieno tra le “esperienze terapeutiche”.

Per “quantificare” e “qualificare” farò riferimento alla classificazione di Pahnke che divise l’esperienza soggettiva prodotta da psichedelici in cinque gruppi: l’esperienza psicotico simile, l’esperienza cognitiva, l’esperienza estetica, l’esperienza psicodinamica e l’esperienza transpersonale; questi cinque gruppi sono ovviamente mescolati tra loro e in qualche modo accompagnano l’esperienza in quanto tale, diventando una sorta di fasi. Dal mio studio però l’azione delle singole sostanze sembrerebbe privilegiare un tipo di esperienza rispetto ad un’altra.

L’ESPERIENZA PSICOTICO SIMILE è caratterizzata da confusione mentale, da vari gradi di paura, dall’ansia al panico; da sintomi paranoici, da depressione, manie di grandezza, incapacità di ragionamento astratto, malesseri somatici. Il termine è abitualmente impiegato per indicare qualsiasi esperienza negativa, il così detto “brutto viaggio”, ma nello specifico è caratterizzata dalla perdita dell’Io e del concetto di identità di tipo psicotico: in altre parole, nell’esperienza psicotico simile la destrutturazione dell’Io è estremamente profonda e rapida.

L’ESPERIENZA COGNITIVA è invece caratterizzata da uno stato mentale estremamente lucido: la mente, il pensiero, sembrano in grado di poter cogliere le cose sotto prospettive nuove. L’esperienza creativa può avere qualcosa in comune con questa classe esperienziale, anche se la relazione non è mai stata studiata con sufficiente attenzione.

L’ESPERIENZA ESTETICA è dominata dagli aspetti percettivi, con una modificazione e un’intensificazione di tutte le modalità sensoriali. Caratteristici sono i fenomeni di sinestesia (ad esempio “vedere” i suoni o “ascoltare” i colori), della percezione di movimenti negli oggetti (i muri sembrano “respirare”). Ad occhi chiusi compaiono visioni di scene, di complesse geometrie, di forme architettoniche, etc.

L’ESPERIENZA PSICODINAMICA è caratterizzata dal ritorno in superficie di materiale precedentemente inconscio o preconscio. Abreazione e catarsi sono elementi di ciò che può essere vissuto come un’attualizzazione di traumi del passato o la rappresentazione simbolica di conflitti rimossi. E’ questa l’esperienza solitamente ricercata quando gli allucinogeni vengono impiegati in un contesto psicoterapeutico.

L’ESPERIENZA TRANSPERSONALE, detta anche esperienza trascendentale, è quella più difficile da descrivere e da valutare, e presenta evidenti analogie con le esperienze mistiche ed estatiche. Consiste, in parole povere, in una destrutturazione dell’Io alla quale segue una ristrutturazione più integrata e più completa.

Gilberto Camilla
Psicoanalista, Presidente della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (SISSC) Direttore Scientifico della Rivista Altrove





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