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Immaginiamo una società nella quale la discendenza si trasmette per via materna, dove le attività degli uomini sono sottoposte al giudizio decisivo delle donne, dove sono le donne stesse a stabilire le linee guida della gestione del potere, del rapporto con la natura e, in definitiva, dell’intero sviluppo della società. Forse può sembrare impossibile ed utopico anche il solo pensarlo, eppure in passato è stato spesso così e, come vedremo, in alcune zone del mondo è così anche oggi.

Per secoli si è negata addirittura l’esistenza storica delle società matriarcali. Il solo evocarle doveva procurare negli uomini un vero e proprio terrore, tanto che nella letteratura greca come unico esempio di governo delle donne si riportava il mito delle amazzoni: società dominata da donne guerriere di ferocia inaudita, che si asportavano volontariamente il seno per poter tirare con l’arco con maggiore precisione, che uccidevano gli uomini dopo averli usati per procreare e che spesso riservavano lo stesso trattamento ai figli. È solo con la nascita delle scienze moderne che storici ed antropologi hanno cominciato a far luce sulla questione, i primi ricercando la verità attraverso miti e reperti archeologici, i secondi andando coraggiosamente ad esplorare le cosiddette società primitive ancora esistenti.

iroquoisAbbiamo così conosciuto la realtà degli irochesi, che negli attuali territori di confine tra Usa e Canada costituirono per secoli una federazione di popoli uniti da una stessa organizzazione sociale, rimasta intatta fino alla colonizzazione da parte degli inglesi, ed ancora oggi in parte esistente tra i nativi rimasti. Tra gli irochesi, secondo i resoconti di fine ‘800 dell’antropologo Lewis Henry Morgan, la regola della filiazione passava attraverso le donne e la residenza era matrilocale, erano cioè i mariti a trasferirsi a vivere in casa della moglie, all’interno della quale governa la matrona: la donna più anziana. La matrona dirigeva anche il lavoro agricolo femminile che si svolgeva in comune su terreni di proprietà delle donne della famiglia e distribuiva personalmente il cibo dividendolo tra le famiglie. L’importanza di queste donne era tale che esse facevano parte del Consiglio degli Anziani della Nazione: la loro opinione era affidata a un maschio ma la voce di queste non poteva essere ignorata in quanto le matrone avevano – per legge – diritto di veto per quanto riguardava le decisioni su eventuali guerre. Se le donne non ritenevano opportuna o giusta una guerra e gli uomini tendevano a ignorare la loro opposizione, avevano la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri.

the-Lady-of-CaoUna realtà che, con alcune differenze, è stata propria di moltissime organizzazioni sociali lungo l’arco di migliaia di anni (alcuni storici parlano di 25mila), e che ciclicamente la ricerca archeologica riporta a galla, come recentemente è stato in Perù, dove gli scavi hanno prima scoperto i resti della celebre Lady di Cao, una delle prime sovrane in Perù, morta 1700 anni fa, e poi una serie di otto sacerdotesse dell’era pre-ispanica. Scoperte che hanno spinto i ricercatori ad affermare come non vi sia ormai più ombra di dubbio nel ritenere che il potere temporale e spirituale peruviano sia stato per millenni saldamente in mano alle donne.

Ma in cosa differiva il potere femminile da quello maschile? Erano governanti migliori degli uomini che poi ne hanno preso il posto? Per dare una prima risposta basti pensare che alcuni studiosi pongono una differenza proprio sul termine da utilizzare: nelle società matrilineari parlare di potere è scorretto, in quanto il governo femminile si basava sull’autorità, intesa come la capacità di convincere utilizzando la parola. Già una differenza notevole.

societa matriarcaliInoltre una linea generale emerge come comune a tutte le società matrilineari esistite, ieri come oggi: lo scopo primario della società è quello di porsi in armonia con la terra, rispettandola per evitare che si rivolti contro, e con le altre società vicine. Per questo gli irochesi, decisero di porre fine alle diatribe tra tribù non con la guerra ma creando la Lega degli Irochesi, una confederazione di sei nazioni all’interno della quale, secondo i racconti di Morgan, le dispute venivano risolte pacificamente attraverso il Consiglio degli Anziani della Nazione, all’interno del quale le donne avevano diritto di veto.

Si tratta certamente di realtà che oggi paiono molto lontane se lette dal nostro mondo, dove la donna ancora rincorre un’effettiva parità dei diritti. Eppure, come si accennava all’inizio, tutt’ora il potere, o meglio l’autorità, delle donne è realtà in diverse zone del mondo.

ca. July 1996, Yunnan Province, China --- Mosuo tribeswomen row a wooden boat as they travel on Lugu Lake to Lamasery Island. --- Image by © Michael S. Yamashita/CORBIS

ca. July 1996, Yunnan Province, China — Mosuo tribeswomen row a wooden boat as they travel on Lugu Lake to Lamasery Island. — Image by © Michael S. Yamashita/CORBIS

È così ad esempio tra i Moso, una società di oltre 50mila abitanti, posta nel sud-ovest della Cina, all’interno della quale vige il matriarcato sulla scia delle società antiche ed è così in molte zone dell’America Latina, dove esistono società che negli ultimi anni hanno avuto il coraggio di mettere davvero in discussione il modello patriarcale sia nella famiglia che nella vita pubblica, arrivando a teorizzare e mettere in pratica livelli di condivisione del potere e dei compiti tra uomini e donne talmente alti, che nella civile Europa paiono ancora pura utopia. Così avviene infatti in tanti movimenti per la terra e per i diritti dei popoli indigeni, dove le donne rivestono ruoli chiave nelle organizzazioni contadine che si battono contro gli abusi di governi, latifondisti e multinazionali e così avviene anche all’interno del movimento zapatista in Chiapas. All’interno del quale la messa in pratica di una reale pari dignità tra i generi ha reso possibile il superamento delle stesse categorie di maschilismo e femminismo. Termini che vengono giudicati frutto dei limiti della società occidentale, all’interno della quale le donne si sono trovate obbligate a rivendicare di essere come l’uomo essendo chiamate agli stessi compiti produttivi. Mentre per le donne indigene ad essere difesa deve essere la parità dei diritti ma anche la diversità dei compiti, nella complementarietà dei ruoli che la natura ha assegnato a tutti gli esseri viventi, umani ed animali. Un percorso che ha portato gli zapatisti, che autogovernano alcune zone del sud del Messico, ha elaborare i cosiddetti 7 principi dell’autorità, all’interno dei quali è evidente l’influenza dell’antica distinzione tra potere ed autorità. Questi sono: servire il potere e non servirsene, rappresentare e non sostituire, costruire e non distruggere, obbedire e non comandare, proporre e non imporre, convincere e non vincere, scendere e non salire. Una visione del potere all’opposto di quella dominante nelle società patriarcali odierne, nella quale i governanti si servono del potere, si sostituiscono, distruggono, comandano, impongono, vincono e salgono.

zapatisti donneTra gli zapatisti del Chiapas è stata la realtà della lotta per l’indipendenza della loro regione a creare le condizioni per una nuova visione della società, ed allo stesso modo, cambiando parte di mondo, oggi è nella crisi generata dalla guerra contro i fondamentalisti islamici dell’Isis che in Siria i curdi stanno rivoluzionando nella stessa direzione indicata dagli zapatisti la loro società. E se è vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi è difficile non pensare a momenti simili verificatesi in Europa nel recente passato. Fu così in occasione delle rivoluzioni sociali, come quella che in Spagna, nella seconda metà degli anni ’30, vide migliaia di donne arruolarsi volontarie per combattere la dittatura franchista, occupando anche ruoli di prim’ordine all’interno delle milizie popolari. E così è stato anche in Italia in occasione della seconda guerra mondiale quando le donne, fino al giorno prima discriminate praticamente in ogni settore da una retorica cattolica e fascista che le considerava – parole di Mussolini – «esseri che debbono obbedire al marito e curare la casa» si trovarono a dover sostituire gli uomini partiti per il fronte non solo nell’ambito educativo e familiare ma anche nell’agricoltura, nelle fabbriche e nelle attività commerciali. Un periodo di rottura dell’ordine patriarcale che culminò con i tanti esempi di donne che esercitarono ruoli chiave nella guerra di Liberazione come staffette partigiane ed anche come vere e proprie combattenti all’interno dei Comitati di Liberazione.

Le avvisaglie di una nuova crisi in Europa le viviamo sulla pelle da diversi anni, e questa crisi non riguarda di certo la sola economia, ma più profondamente un intero sistema di valori che ormai mostra tutte le sue crepe, accresciute da decenni di corsa al progresso e al consumo più sfrenato a danno dell’umanità e dell’ambiente. Se è vero che è essenzialmente nei momenti di crisi che anche i rapporti sociali e di genere vengono ridefiniti, forse è ora di cominciare a pensarci.

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