Pink-Floyd

Con una Fiat 1100, un rottame, prendemmo l’autostrada per Brescia. Era il 19 giugno 1971e al Palazzo delle Manifestazioni Artistiche avrebbero suonato i Pink Floyd. Per noi era il primo concerto importante, una specie di iniziazione …e lo fu! Alla radio avevano dato la notizia del concerto qualche giorno prima e da quel momento il problema principale fu come arrivarci. Eravamo in troppi per fare l’autostop, e avevamo i capelli molto lunghi. Riuscimmo a convincere un amico più grande di noi, ed eravamo in viaggio. Non c’era euforia in auto, ma qualcosa che assomigliava all’estasi; l’auto era stipata di parole, di silenzi, di fumo. Le altre auto ci superavano inesorabili ma niente era più veloce dei nostri pensieri e della nostra gioia. Mi ero fatto spedire dalla rivista Ciao 2001, le traduzioni dei testi di The Piper At The Gates Of Dawn, il primo disco inciso dai Pink Floyd nel 1967: (bastava spedire l’elenco delle canzoni e allegare dei francobolli) e quando arrivarono mi immersi in quei testi surreali e magici penetrando più a fondo le canzoni.

Roger Keith Barrett, Syd per gli amici, aveva preso il titolo di The Piper At The Gates Of Dawn, dal libro di Kenneth Graham “Il Vento Nei Salici”. Il nome del gruppo era cambiato in un paio d’anni da “Sigma 6” a “Architectural Abdabs” a “Tea Set” no al colpo di genio di Barrett che usando i nomi di due bluesmen americani, Pink Anderson e Floyd Council, diventò “Pink Floyd Sound” per accorciarsi nel definitivo: Pink Floyd. L’alchimia del nome, suggeriva sia melodia musicale che suggestione onirica, ed era perfettamente consona all’atmosfera psichedelica londinese. The Piper At The Gates of Dawn era qualcosa di assolutamente nuovo, fin dalla copertina del disco. Barrett in effetti, oltre a comporne quasi tutti i pezzi, trasferì sulla copertina del disco una delle tante visioni delle sue tempeste mentali; le foto dei musicisti visti come attraverso un caleidoscopio. Nato a Cambridge, alle medie aveva avuto come compagni di classe Roger Waters e Storm Thorgherson. Quest’ultimo avrebbe in seguito fondato con Powell lo studio gra co Hipgnosis che progetterà negli anni le copertine dei dischi dei Pink Floyd e di molti altri gruppi rock. Barrett giunse a Londra e si iscrisse al Politecnico dove già studiavano Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright. R.Waters convinse Barrett a lasciare la pittura che era la sua grande passione e a riprendere a suonare la chitarra; (Syd Barrett e David Gilmour avevano girato il sud della Francia, suonando il blues nelle piazze, per tutta una estate).

Ma la fortuna volle che il padrone di casa di Barrett, a Londra, un signore anziano che aveva scritto musiche per la pubblicità radiofonica, conservasse nella soffitta moltissimi strumenti musicali insoliti. Roger Waters ricorda che c’erano: gong, tamburi, cembali e altre diavolerie. E’ in questa soffitta che Syd Barrett, invece di frequentare la scuola, si isolò per giorni e giorni fino a riemergere con delle idee musicali nuove, rivoluzionarie, che cambiarono la storia della musica. Gli altri membri del gruppo diranno sempre che Syd poteva creare dal nulla delle melodie fantastiche e che aveva la capacità, geniale, di “rappresentare in musica, un sogno”.

Se Barrett fu tra i primi chitarristi a sperimentare i nuovi suoni dell’elettronica, Waters aveva introdotto nei primi concerti, proiezioni di diapositive manipolate che avevano avuto un grosso successo. Barrett fu uno dei primi musicisti inglesi ad usare il pedale wah-wah e l’eco-box; geniale, la sua idea, di trasferire l’uso e il suono caratteristico della chitarra elettrica, la slide guitar, cifra sonora del Delta, nelle incisioni psichedeliche dei Pink Floyd, riuscendo a rendere così la loro musica: unica, diversa, immediatamente riconoscibile ma completamente nuova, angosciosamente bellissima e terribilmente solare.

Il risultato straordinario di queste nuove sonorità, bilanciate tra il reale e l’immaginario, tra liquide immagini e vapori solidi, tra fiabe non raccontate e incubi sussurrati, si disvelava nelle parole delle canzoni: “Hai solo da leggere le righe/incise in nero che tutte rilucono”. Il surreale era diventato il mezzo attraverso il quale Barrett si esprimeva al meglio e trovava proseliti ovunque; tanto che divenne in breve tempo la “koiné” di un’intera generazione; la chiave di volta per straniare la quotidianità, per uscire dalla conformità dei tempi e della morale. Questo dilatare la mente, dal reale al metafisico, Barrett lo userà in The Piper At The Gates of Dawn, in una specie di catarsi; in un tentativo di salvare se, da se stesso.

In “Astronomy Domine “, pezzo che possiede quasi un potere terrifico, è la musica che “salva”! – “Discendendo lentamente, la musica risuona intorno/sotto la superficie delle acque ghiacciate”-. Anche nell’intimità degli affetti più cari, portati in musica in “Lucifer Sam”, canzone dedicata al suo gatto Percy, Barrett non riesce a spiegarsi la realtà, e si chiede: – “Questo gatto è qualcosa che non riesco a capire/a spiegarmi”. Questo suo porsi all’”esterno” della “realtà” per meglio indagarla, lo troviamo ripetuto con metafore in molti pezzi di The Piper At The Gates Of Dawn. Nella canzone “Flaming”: – “Oziando nell’umidità della rugiada/seduto su un liocorno”. Barrett preferisce il “Liocorno”, come metafora, alle “Torri di Guardia” di Bob Dylan e al “Corn ake” di John Lennon. E questo suo terrore per essere stato “incaricato” di questo compito immane, sovrumano, di disvelare la realtà lo dice chiaramente, in “Matilda Mother”: “Oh madre racconta ancora/ perché lasciarmi là/ sulla mia sedia di bimbo/ad attendere? Nel secondo e ultimo disco con i Pink Floyd, “The Saucerful Of Secret”, nella canzone “Jugband Blues” avrà ancora la lucidità di dire: “E’ terribilmente cortese da parte tua/ pensare a me qui/ e ti sono molto obbligato per aver chiarito che io Non Sono Qui”.

Sono passati 35 anni dal concerto di Brescia, e sebbene il “pifferaio non ci fosse”, come avrete capito leggendo, non mi sono ancora ripreso.

a cura di Roberto





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