Vivo a ridosso della Val di Susa, nella paura degli incendi da quando andavo alle scuole elementari e vidi bruciare per la prima volta le montagne intorno a casa e mio padre andò volontario a domarle con i vigili del fuoco.

Ricordo la cenere posarsi su ogni cosa come squame dalla pelle da un gigante moribondo al di là dei nembi grigi di fumo che avvolgevano le cime.

Da allora, la vista terribile delle linee di fuoco che serpeggiano sui monti nottetempo si è più volte impressa nei miei occhi sbarrati, l’ultima alla fine di questa estate. Quella rabbiosa tristezza a cospetto della consunzione suicidale di ogni cosa fa parte della mia esperienza di vita come il dolore per la perdita di mio padre, e oggi mi rendo conto di quanto queste due sensazioni siano connesse.

Il lezzo di fumo è nelle mie narici ogni volta che ripenso alla paura di sapere mio papà lassù fra i monti in fiamme. Assistere alla lenta agonia di ciò che amiamo, senza nulla o quasi potere in suo soccorso.

E poi rivedo me stesso, più grandicello, con i miei amici Gabriele e Gilberto, intenti a battere badili sulle stoppie che ardevano vicino, troppo vicino a casa, le facce nere di fuliggine, la fierezza di rendersi utili.

In tanti anni non è cambiato niente. Di più, è peggiorato.

Oggi tanta parte del Piemonte brucia e la Val di Susa, a ridosso della mia minuta vallata, si consuma rombando. Avete mai udito il ruggito di fiamme alte dieci metri che avvolgono le pinete?

Con i suoi boschi perdiamo un capitale naturale che questa generazione non rivedrà mai più, e probabilmente neppure la prossima.

E smarriamo un patrimonio di infinita bellezza, di benessere interiore per tutti, e parte del nostro senso di appartenenza a qualcosa di più grande che si rivela in tutta la sua sacralità nel momento in cui si dissolve. È come con l’amore. Capisci quanto fosse importante una volta che non c’è più.

Torino boccheggia nel fumo prodotto da migliaia di ettari di foresta in fiamme, le stesse che finora le hanno corrisposto il suo ossigeno.

Il fumo che respiriamo è l’ossigeno che perdiamo irrimediabilmente.

Pensiamoci, mentre boccheggiamo in questa caligine grigiastra. Queste sono le esalazioni di morte che riceviamo dagli stessi alberi che, fino a ieri, ci davano la vita, il respiro.

Con le lacrime agli occhi innalzo una preghiera a loro, che in questi giorni ci lasciano.

Una preghiera di ringraziamento e di lutto per tutti gli alberi, e tutti noi.

Grazie di tutto l’ossigeno, che ci avete regalato. Se respiriamo, lo dobbiamo a voi.

Grazie di tutta l’acqua che avete ritenuto nei vostri corpi. Siete una riserva idrica immensa.

Grazie di tutte le precipitazioni che avete favorito traspirando vapore acqueo nell’aria. Siete la pioggia che bagna i nostri campi, i nostri corpi.

Grazie per aver trattenuto il suolo con le vostre radici ed evitato che franasse a valle. Avete protetto le nostre case, le nostre vite.

Grazie per l’ombra che avete donato a noi e a tutti gli altri figli di Gaia. Avete raffrescato l’aria, che da oggi sarà molto più calda, senza il vostro abbraccio gentile.

Grazie delle foglie con cui avete concimato la terra ogni autunno. Con voi perdiamo la fertilità del suolo.

Grazie del legname. Abbiamo costruito le nostre case e i nostri mobili, e sono belli grazie a voi. Belli di voi.

Grazie della energia del sole che avete catturato nelle vostre fibre e trattenuto per noi. Ci avete riscaldato quando faceva freddo, ogni inverno.

Grazie della bellezza delle vostre fronde e dei colori con cui ci avete commosso dopo ogni estate e che rimpiangeremo per sempre.

Grazie di tutto, fratelli alberi.

E perdonateci se potete.

Perdonateci.

Tratto da: www.flaviotroisi.com

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