Operaie-BangladeshMallika ha gli occhi stanchi. Dodici ore di lavoro al giorno in quell’inferno, dove l’aria è poca e per giunta puzzolente e velenosa, stancherebbero dopo un po’ il più forte degli uomini. Otto piani, otto gironi infernali, dove si mischiano in una confusione terribile tessuti di ogni tipo e mille altre ragazzine come lei.

Sono tutte così le “benedizioni”. Qui in Bangladesh la gente chiama così i palazzoni fatiscenti, uno addossato all’altro, trasformati in fabbriche di abbigliamento al servizio dei grandi marchi internazionali. Veri e propri lager in cui lo sfruttamento e l’insicurezza totale sono la regola.

Eppure la gente li chiama benedizioni perché ci si rompe le ossa, ma si guadagna qualcosa. Qualcosa è tanto in un paese in cui la miseria è un tifone che non smette mai di vomitare la sua impetuosa crudeltà.

30 euro al mese. Meno di niente. Se poi come Mallika hai da aiutare la famiglia, resta davvero poco per poter mangiare. Briciole e nella pancia finiscono briciole.

Mallinka ogni giorno prega il suo Dio di non farla ammalare. Sono tante le ragazze come lei che dopo appena tre mesi crollano e non vengono più al lavoro. Non possono, non ce la fanno, nessuno si cura di loro. Ma anche se le duole tutto il corpo, se la pancia urla e gli occhi reclamano sonno, Mallika è felice.

Da alcuni giorni lavora a degli abiti per ragazzine che la fanno sognare. Abiti da principessa. Bellissimi. Sono stati ordinati da una grande azienda straniera, la Disney. Ne vogliono tanti e in fretta e i padroni della Tazreen, questo il nome dell’inferno in cui Mallika lavora, tengono tanto a questo ordine.

Urlano, strepitano, licenziano per un nonnulla. Mallika vorrebbe tanto indossare uno di quegli abiti, ma è proibito. Sognare invece no e lei, a 16 anni, ha ancora tanta voglia di sognare.

Essere una principessa lei che non ha mai visto il mare e di abiti ne ha solo due, miserabili stracci. All’improvviso tutti fuggono, infinite urla di terrore, pianti disperati. È scoppiato un incendio. Si cerca di aprire le porte. Bloccate. I padroni fanno sempre così per impedire furti e ribadire il loro potere.

Qualcuno sfonda una vetrata e salta sul tetto di un edificio vicino. Altri lo imitano. In molti si sfracellano al suolo. All’interno le fiamme divorano implacabili tutto ciò che incontrano sul loro cammino.

Mallika ha raggiunto il finestrone. È stanca, ha paura, ma salta. Non ha alternative. È una vita che non ha alternative. E vola, vola… prima di schiantarsi.

Una piccola principessa che osava sognare. Sono passati tre anni da allora e la famiglia di Mallika e quelle degli altri, più di cento, periti nell’incendio, non sono state risarcite. Tantomeno i feriti, centinaia, resi invalidi dalle fiamme o dal tragico tentativo di fuga.

La Tazreen, il mostro in cui Mallika soffriva, produceva per alcuni dei più grandi marchi della moda mondiale. La Tazreen produceva per giganti come l’americana Walmart, il sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand. Altri marchi collegati sono Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia) e le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel. Tra loro anche l’italiana Piazza Italia.

Alcuni di questi giganti hanno accettato di partecipare ad un fondo di risarcimento per le vittime, ma finora si è visto poco di concreto. Altri, come Walmart hanno negato le loro responsabilita’ nonostante le infinite prove. Anche Piazza Italia finora non ha mosso un dito.

Pochi spiccioli che non potranno mai pagare la vita di Mallika e delle altre piccole principessine bengalesi. Neanche quelli. E non c’è un giudice che senta il dovere di intervenire su questo e altri crimini.

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