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Pfas in Veneto: dalle uova al pesce, la lista degli alimenti contaminati

Pfas in Veneto: dalle uova al pesce, la lista degli alimenti contaminati

Dopo l’inizio delle prime indagini a partire dal 2007, sono stati finalmente pubblicati nuovi dati ufficiali sulla contaminazione da Pfas (acido perfluoroottansolfonico, utilizzato in ambito industriale) che ha interessato il settore idrico e alimentare in Veneto negli scorsi anni. I recenti risultati delle analisi, seppur non ancora completi, indicano con maggiore chiarezza quali alimenti tra quelli esaminati nella cosiddetta “zona rossa”, di origine sia animale che vegetale, siano stati maggiormente interessati dal contatto con il composto chimico sintetico, che secondo recenti studi sarebbe legato a un aumento di malattie tiroidee, tumori ai reni e ai testicoli, morbo di Alzheimer, cardiopatia ischemica e malattie collegate al diabete. La pubblicazione di questa nuova “mappa della contaminazione” aggiunge un tassello fondamentale al più importante processo per crimini ambientali della storia italiana, un processo probabilmente ancora lontano dalla sua conclusione.

Secondo i dati acquisiti, sarebbero 26 gli alimenti contaminati da almeno una molecola di Pfas, per un totale di 204 campioni positivi su 792 analizzati. Tra i cibi di derivazione animale testati le uova di gallina presentano valori particolarmente preoccupanti. Su 68 campioni presi sotto esame, 53 sono risultati positivi alla presenza di acido perfluoroottansolfonico, con valori compresi tra i 100 e i 37100 nanogrammi di Pfas per chilo. Valori alti sono stati riscontrati anche nel muscolo di suino e nelle carpe, ma mentre i campioni di carne di maiale hanno riscontrato un tasso di positività inferiore al 10%, i campioni di pesce sono risultati tutti positivi, con quantità di Pfas che oscillano tra i 1090 e i18600 nanogrammi per chilo.

La situazione è meno drammatica per gli alimenti vegetali. Le verdure prese sotto esame hanno infatti prodotto un numero di campioni positivi decisamente inferiore rispetto ai cibi di derivazione animale, presentando però delle quantità allarmanti di composto in quelli positivi. Secondo le analisi, i dati più preoccupanti sarebbero quelli relativi ad albicocche, con un numero di campioni positivi superiori al 50% e quantità di Pfas comprese tra i 600 e i 3500 nanogrammi per chilo, ai fagiolini, che presentano un tasso di positività pari all’80% e valori tra i 100 e i 2600 nanogrammi per chilo, e all’uva, frutta con un basso tasso di positività, pari a un terzo dei campioni esaminati, ma quantità di composto tra gli 800 e i 2900 nanogrammi per chilo.

I risultati pubblicati sono un campanello d’allarme impossibile da ignorare, ma si tratta in realtà di dati ormai vecchi, risalenti al lasso di tempo 2016-2017, data alla quale non sono seguiti altri monitoraggi. “Nonostante i valori allarmanti, dal 2017 la Regione non ha effettuato ulteriori monitoraggi né intrapreso azioni risolutive per azzerare l’inquinamento e ridurre la contaminazione delle acque non destinate all’uso potabile” hanno affermato gli attivisti di Greenpeace e di Mamme No Pfas, “Inoltre risulta che la Regione ha ignorato il rischio per l’intera comunità nazionale e non solo, visto che alcuni di questi alimenti potrebbero essere venduti anche all’estero. Mancanze intollerabili: chi è responsabile della salute pubblica ha il dovere di fare tutto il possibile per affrontare concretamente un problema sanitario così rilevante”.

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