Osservate bene la foto. Si riconosce immediatamente quale foglia è stata raccolta da un Indica, e quale da una Sativa (leggi “La differenza tra cannabis Sativa, Indica e Ruderalis). Ho raccolto io i campioni, e posso assicurarvi che nelle due piante, anche le altre caratteristiche che distinguono le due sottospecie, erano totalmente diverse.

Se questo capita quando acquistiamo una confezione di semi “da collezione”, vuol dire che la banca semi non è tra le più affidabili: se compro semi di una specifica genetica, con specifiche caratteristiche, le piante che nasceranno da essi devono assomigliarsi tutte. Certamente potranno esserci esemplari più robusti, ed altri meno; ed anche la resa di ciascuna pianta, a parità di condizioni di crescita, può differire di poco ma, il profumo, la forma delle foglie, le dimensioni, il colore e l’effetto, saranno pressappoco uguali.
Se invece nascono piante dalle caratteristiche totalmente diverse, vuol dire che determinati caratteri non sono stati stabilizzati da chi si è occupato di selezionare la genetica. Se ciò accade coltivando a scopo ludico una genetica che ci piace, non subiremo alcun danno “reale”, ma avremo anzi modo di provare diversi gusti ed effetti; e certamente non compreremo più da quella banca semi.

Purtroppo però queste foglie sono state raccolte in una coltivazione sperimentale di varietà industriali. Nello specifico, i semi da cui sono nate le piante a cui appartengono le foglie in foto, provengono da un sacco di Kompolti acquistato da un azienda sementiera certificata.

Non è la prima volta che osservo certe differenze, e mi è capitato di vedere difformità simili in diverse varietà dioiche e persino in campi di monoiche. In quest’ultimo caso, oltre a quella percentuale di piante di sesso esclusivamente maschile o femminile che si riscontra periodicamente tra le ermafrodite, ho assistito a differenze non imputabili a piccole variazioni fenotipiche della genetica.

In questi giorni ricevo centinaia di domande di agricoltori che si pongono il problema di qual è la migliore genetica da coltivare per produrre infiorescenza, o come vanno trattate le singole genetiche industriali per farle rendere al meglio. Il problema invece è di diversa natura: siamo certi delle varietà che stiamo coltivando? A quanto pare, tra i semi di varietà industriali certificate, si può trovare quello di una pianta che differisce fenotipicamente dalle sue “sorelle”, o addirittura di una varietà che non è quella segnata in cartellino.

foto credit: TerraNatura

Ho già visto buone “madri” selezionate da piante industriali, scelte appunto in base ai caratteri genetici espressi. Le talee di tali piante hanno dato belle infiorescenze, con livelli di THC che non superano mai lo 0,5% neppure in forte stato di stress, e che rimangono normalmente entro lo 0,2%. Si è riscontrato inoltre un livello di CBD che può arrivare (o superare di poco) il 4% nelle infiorescenze di genetiche “industriali” che presentano fino allo 0,2% di THC.

Ma per le coltivazioni “da seme” non abbiamo certezze: non sappiamo neppure se le piante, nel nostro campo, si assomiglieranno o saranno diverse. E, se già questo può essere un problema per chi vuol ottenere un prodotto buono ed uniforme, il problema di tutti sarà restare entro i limiti di THC previsti dalla legge.
Se già non abbiamo certezza delle caratteristiche della pianta, chi ci assicura che escludendo i maschi, le infiorescenze femminili non arrivino a percentuali di principio psicoattivo troppo alti? Purtroppo non possiamo far altro che sperimentare. Una cosa che consiglio è certamente quella di fare delle analisi alla raccolta e a fine essiccazione; per avere anche un idea di come varia il contenuto di cannabinoidi.

Per quanto riguarda invece le tecniche di coltivazione e le esigenze della varie genetiche, ricordo a tutti che siamo neofiti con queste varietà, e che occorreranno diverse prove per poter avere certezze in merito. Per chi può permetterselo e non teme di lavorare con qualcosa di ancora non sufficientemente normato, certamente coltivare talee certificate è la cosa più semplice da fare. Ma partire dalla semina è indispensabile per comprendere come queste genetiche si comportano, e per scoprire se sono davvero “stabili”.

A prescindere da come fertilizzerete le vostre piante, e se le poterete o no, ricordate di osservarle con cura dal primo all’ultimo giorno. Siate certi che non ci siano né maschi, né ermafroditi, se volete ottenere delle buone infiorescenze. Questo è un anno di prova per moltissimi agricoltori/appassionati. E’ bello poter finalmente fare, alla luce del sole (ma anche sotto le lampade), ciò che per anni ci hanno vietato. Non scoraggiatevi. Osate perché finalmente possiamo farlo.

foto credit: TerraNatura

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